In Russia la guerra ha soffocato la (poca) libertà di stampa, mentre in Ungheria i media pubblici si schierano con Mosca

Il canale privato indipendente Rain (Dozhd) ha guadagnato grande popolarità in Russia negli ultimi anni, ma all'inizio di marzo ha dovuto interrompere le trasmissioni. [EPA/EFE/SERGEI CHIRIKOV]

Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia si è mossa per limitare l’operato dei media indipendenti, consentendo alla televisione di stato di dominare l’etere con trasmissioni che promuovono incessantemente i successi russi e seguono pedissequamente la linea del Cremlino. E, nonostante la decisione dell’UE di bloccare la diffusione dei media russi Sputnik e Russia Today, in un paese come l’Ungheria la propaganda pro-Mosca passa attraverso le testate vicine al governo.

Anche nel clima restrittivo che ha caratterizzato da sempre la presidenza di Vladimir Putin, la Russia prima dell’invasione aveva ancora un panorama relativamente diversificato di televisioni, giornali e siti web d’informazione.

Ma le nuove draconiane regole approvate dopo l’avvio della guerra – che hanno reso illegale chiamare l’azione militare una “invasione” o diffondere notizie “false” al riguardo – hanno trasformato la scena.

I due pilastri dei media indipendenti russi negli ultimi anni – la radio Echo di Mosca (Ekho Moskvy) e il canale televisivo Rain (Dozhd) – hanno interrotto le trasmissioni, mentre è stato bloccato l’accesso ai siti di notizie online vicini all’opposizione, e ai principali social network.

Le modifiche “non lasciano spazio alla libertà di parola e di opinione sulla guerra”, ha affermato Dunja Mijatovic, commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Un’istituzione ai cui lavori la Russia smetterà di partecipare, come annunciato giovedì 10 marzo dal ministero degli Esteri di Mosca.

Jeanne Cavelier, responsabile per l’Europa orientale di Reporters sans frontières (RSF), ha affermato che una guerra dell’informazione è in “pieno svolgimento” in Russia: “Il presidente Vladimir Putin deve schierare in battaglia tutti i media per giustificare l’invasione dell’Ucraina ai cittadini russi nascondendo le vittime della guerra”.

“Ancora più controllo”

Ciò ha lasciato ai paludati ma aggressivi notiziari della televisione di stato il monopolio dell’etere, e ha offerto al governo tutte le possibilità di plasmare l’opinione pubblica.

Il principale telegiornale di Channel One, Vremya (Time), un appuntamento fisso serale fin dall’epoca sovietica, si apre ogni giorno salutando le gesta dei singoli soldati russi che hanno mostrato “eroismo e coraggio” in battaglia.

Non si fa menzione del bilancio delle vittime: Mosca ha affermato che 498 soldati sono morti, ma l’Ucraina e fonti occidentali affermano che la cifra è molto più alta.

La rabbia occidentale è denunciata come “isteria” mentre si condanna l'”aggressione” ucraina perpetrata da “neo-nazisti”. Con la parola “invasione” messa al bando, i presentatori e giornalisti parlano sempre e solo di “operazione militare speciale”.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy è oggetto continuo di scherno e domande sulla sua salute mentale: una sua conferenza stampa è stata trasmessa in versione modificata nel tentativo di dimostrare che si troverebbe in quella che un giornalista ha descritto come una “condizione inadeguata”.

Anche se trarre conclusioni sul sentimento dell’opinione pubblica in Russia è difficile, un sondaggio della scorsa settimana dell’istituto russo VTsIOM – vicino al governo – ha affermato che il 71% dei cittadini sostiene l’invasione e che il loro numero sarebbe in aumento.

“Non tutti in Russia capiscono cosa sta succedendo” in Ucraina, ha affermato Kadri Liik, senior policy fellow del Consiglio europeo per le relazioni estere: “Lo spazio informativo della Russia era già molto controllato, e ora lo è diventato ancora di più”.

“Come in prigione”

Anche altri programmi si muovono sulla stessa linea dei notiziari, icome quelli condotti dai presentatori Vladimir Solovyov e Dmitry Kiselyov, entrambi inseriti nell’elenco dei soggetti sottoposti a sanzioni dal’UE.

Kiselyov, che già nel 2014 aveva avvertito che la Russia avrebbe potuto trasformare gli Stati Uniti in “ceneri radioattive”, presenta il settimanale domenicale Vesti Nedeli (Notizie della settimana), oltre a essere il vice capo della TV di stato russa VGTRK e una delle figure più dei media russi.

“I nostri sottomarini sono in grado di sparare 500 testate nucleari per garantire la distruzione degli Stati Uniti e di tutti i paesi della NATO”, ha dichiarato dopo che Putin ha ordinato alle forze nucleari di tenersi pronti per essere schierati in guerra.

In una recente edizione del suo programma, Solovyov ha ospitato la caporedattrice di Russia Today, Margarita Simonyan, che ha sostenuto che la Russia dovrebbe adottare un approccio simile alla Cina nel vietare l’accesso ai social media stranieri.

“Abbiamo consentito l’ingresso nel nostro paese, anni fa, di un esercito alieno, abbiamo consentito la creazione di basi militari in nome di questo Facebook e cose del genere. E ora siamo sorpresi dal fatto che questo esercito straniero ci stia sparando”, ha affermato Simonvan.

In questo clima, il più noto quotidiano indipendente russo, Novaya Gazeta – il cui caporedattore è stato insignito del Premio Nobel per la pace l’anno scorso – è stato costretto a rimuovere dal web i suoi pezzi d’archivio sull’Ucraina per non cadere sotto i colpi della nuova legge.

“Sono scioccato non solo dalle notizie, ma dalle notizie sulle notizie”, ha detto l’oppositore di di Putin Alexey Navalny, attualmente in carcere, attraverso i suoi canali social: “Presto voi (russi) avrete lo stesso accesso alle informazioni che ho io in prigione. In altre parole, nulla”.

Le ambiguità dell’Ungheria

L’influenza della propaganda russa sembra essere un problema anche in Ungheria, come ha raccontato un articolo di Politico. Nonostante il governo di Viktor Orbán – che non ha mai nascosto, negli anni passati, le sue simpatie per Putin – abbia condannato l’invasione dell’Ucraina, sostenendo le sanzioni varate dall’UE e autorizzando il dispiegamento di truppe NATO nel paese, i media pubblici e quelli vicini al partito di Orbán, Fidesz, mantengono una linea informativa tesa a relativizzare le responsabilità russe, accusare l’Occidente e l’Alleanza atlantica, e diffondere teorie del complotto.

Ad esempio, afferma l’articolo, lo scorso fine settimana “il quotidiano filogovernativo Magyar Nemzet ha promosso sulle sue pagine [l’ipotesi di una] cospirazione della CIA. E altre figure legate a Fidesz hanno incolpato Washington, non Mosca, per la guerra. ‘Gli Stati Uniti – per motivi militari, politici, economici e di sicurezza – hanno organizzato una sfida contro la Russia attraverso l’Ucraina’, ha affermato Gábor Bencsik, un esperto con stretti legami con Fidesz”.

Interpellata da Politico, l’analista di Mérték Media Monitor, Ágnes Urbán, ha affermato che “in questo momento i media pubblici ungheresi siano la fonte numero 1 della propaganda del Cremlino in Europa, dal momento che Russia Today e Sputnik sono stati chiusi”.

Secondo Péter Krekó, direttore del think tank del Political Capital Institute con sede a Budapest, l’invasione dell’Ucraina ha portato Orbán a riconsiderare la sua politica estera, e a riconoscere “che l’unità della NATO e dell’UE è fondamentale”. Tuttavia, “la disinformazione pro-Cremlino e l’ecosistema informativo del governo non possono davvero essere separati”, e alcuni esponenti di Fidesz “odiano l’Occidente più di quanto odiano la Russia”.

A poche settimane dalle decisive elezioni politiche del 3 aprile, che vedranno contrapporsi a Fidesz il blocco unitario delle opposizioni (che va dai socialisti alla destra radicale di Jobbik), la combinazione delle immagini di guerra che arrivano dall’Ucraina, della propaganda pro-russa diffusa dai media governativi, e dell’arrivo di molti profughi in fuga dai combattimenti – conclude Politico – sta lasciando disorientati molti ungheresi, anche se la maggior parte, afferma Krekó, “incolpa della guerra la Russia”.