Golpe in Sudan: delegazione di Stati membri Ue incontra il premier deposto. Borrell: “Sostegno finanziario a rischio”

Un manifestante anti-golpe per le strade di Khartum dopo il colpo di stato in Sudan. [EPA-EFE/MOHAMMED ABU OBAID]

Khartum nel caos dopo il rovesciamento del primo ministro Hamdok. La comunità internazionale segue con apprensione la vicenda. L’ombra dell’ex dittatore Bashir dietro al colpo di mano, mentre il nuovo governo ritira l’ambasciatore a Bruxelles.

Il golpe in Sudan di lunedì 25 ottobre sta destando preoccupazione nella comunità internazionale. Il paese africano, che aveva iniziato un nuovo corso verso la democrazia dopo la deposizione dell’ex dittatore Omar Bashir nel 2019, è ripiombato nel caos dopo il golpe che ha rovesciato il governo di Abdallah Hamdok, ora agli arresti presso la sua abitazione dopo alcuni giorni di detenzione in carcere insieme alla moglie.

Dietro al colpo di stato ci sarebbe proprio l’ex presidente che ha governato il Sudan con pugno di ferro per trent’anni e dalla cui rimozione è nato il governo civil-militare che ha governato fino a pochi giorni fa. Detenuto in un carcere di Khartum, avrebbe orchestrato le operazioni dopo che alcuni dei suoi uomini avevano tentato già un rovesciamento del governo lo scorso 21 settembre.

Il golpe sarebbe stato orchestrato dopo che il governo, ormai deposto aveva espresso la volontà di consegnare Bashir alla giustizia internazionale. Nel 2009, il tribunale dell’Aja aveva emanato un mandato di cattura nei suoi confronti con l’accusa di crimini contro l’umanità durante la guerra del Darfur, costata oltre 300.000 morti e quasi 3 milioni di sfollati.

Divergenze tra i militari e Stati interessati 

Il fronte dei golpisti è comunque diviso. Al suo interno vi sono membri vicini alla Fratellanza musulmana, quelli riferibili al presidente del Consiglio militare provvisorio, il generale Abdel Fattah al-Burhan, oltre che alcuni fedelissimi di Bashir, come Mohammed Hamdan Dagalo. Hamdok ha esortato alla resistenza i suoi sostenitori, scesi in piazza a protestare anche violentemente per essere stati respinti in più occasioni a colpi di mitra. Si incominciano infatti a contare morti e feriti.

Khartum prova a tornare alla normalità facendo ripartire i voli dall’aeroporto internazionale, ma per ora la situazione è sempre molto tesa; tantissimi negozi sono chiusi e per le strade si trovano rottami e falò.

Ma chi si sta veramente organizzando nelle retrovie sono le potenze regionali che hanno grandi appetiti sull’area. Egitto, alcune monarchie della Penisola arabica e Turchia stanno seguendo interessatissime la situazione e cercano di trovare potenziali varchi nella frammentazione dei golpisti. E poi c’è la Cina, la nazione che più sta influenzando il continente africano e che nel Sudan ha una spaziosa porta di ingresso per i suoi traffici.

Scontri a fuoco, dighe e rifugiati: preoccupazione per le rinnovate tensioni tra Etiopia e Sudan. L'inviato Ue a Khartoum

Nello scorso fine settimana sanguinosi combattimenti al confine tra i due paesi: sullo sfondo la questione del bacino idrico etiope sul Nilo azzurro, sul quale i sudanesi ammoniscono Addis Abeba. Borrell invia il ministro degli Esteri finlandese Haavisto.

Le autorità sudanesi …

Del resto l’ex colonia inglese si trova in una posizione geografica privilegiata; affacciata sul Mar Rosso e su un’ampia area che include le potenze economiche africane del nord-est, come Egitto, Eritrea ed Etiopia, oltre alla turbolenta striscia del Sahel. Ma Khartum non rappresenta solo un utile snodo militare-commerciale, ma un vero tassello geopolitico. Non a caso il Sudan è tra i primi estrattori di oro e di petrolio del contenente e il maggiore esportatore mondiale di gomma arabica. Il suo territorio è attraversato dalla linea fertile intorno al Nilo (il cui corso sudanese è minacciato dalla diga del ‘Rinascimento’ etiope) e non mancano nel Paese importanti colture e attività di allevamento. Ma rimane un paese in grave crisi economica, vincolato ai corposi finanziamenti occidentali per risollevarlo.

Le reazioni dell’Occidente

L’Unione europea, per mezzo dell’alto rappresentante Josep Borrell, “condanna fermamente il colpo di Stato militare nella Repubblica del Sudan e l’arresto illegale del primo ministro, di vari ministri, di leader delle Forze per la libertà e il cambiamento e di altri rappresentanti della società civile; devono essere rilasciati immediatamente”. “Questo tentativo di compromettere la transizione del Sudan verso la democrazia è inaccettabile”, si legge in una nota. “Se la situazione non viene capovolta immediatamente, vi saranno gravi conseguenze per quanto riguarda l’impegno dell’Ue, compreso il suo sostegno finanziario” dice Borrell, ribadendo il “forte impegno a favore della transizione del Sudan, invitando tutti i portatori di interessi e i partner regionali a sostenere il ritorno immediato del paese sulla via democratica”. Ferma condanna è arrivata nei giorni scorsi anche dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel.

E potrebbe avere conseguenze funeste il congelamento degli aiuti da parte della Banca Mondiale che, dopo oltre trent’anni, aveva iniziato a iniettare dollari (circa 3 miliardi solo a marzo) per risollevare la nazione africana. Sul fronte Unione Africana sono stati invece sospesi gli organismi sudanesi. Anche gli Stati Uniti non hanno perso tempo: poche ore dopo il colpo di stato, Washington ha sospeso un pacchetto di aiuti economici da 700 milioni di dollari destinato ad assistere la transizione democratica sudanese.

Intanto, sei ambasciatori sudanesi negli Usa, Francia, Cina, Qatar, presso l’Unione Europea e nella missione delle Nazioni Unite a Ginevra, sono stati licenziati da Buran nella giornata di mercoledì, mentre nella mattinata di giovedì 28 ottobre una delegazione di diplomatici di Francia, Germania, Regno Unito ed altri Paesi europei ha incontrato il primo ministro deposto Hamdok.