Embargo armi in Libia: estesa la missione Ue Irini fino al 2023

Il ministro degli Esteri Di Maio (sx, al centro) e l'alto rappresentante Ue Borrell (dx, al centro), durante l'incontro bilaterale a Roma. [EPA-EFE/FABIO FRUSTACI]

Almeno altri due anni di durata per l’operazione militare nel Mediterraneo che vigila sullo stop dell’Onu alle armi verso il Paese, devastato dalla guerra civile da ormai dieci anni e terreno fertile per il traffico di armamenti.

L’Unione europea ha esteso per altri due anni la missione militare nel Mediterraneo, denominata Irini, che vigila sull’embargo delle armi imposto dall’Onu sulla Libia devastata dal conflitto.

Giovedì 18 marzo, a Roma, si è tenuta la conferenza stampa con l’alto rappresentante Ue per la Politica estera e la Sicurezza comune Josep Borrell e il ministro italiano degli Esteri Luigi di Maio. Borrell ha ringraziato l’Italia per il suo “importante contributo che ha sempre fornito su questo dossier cosi complicato, soprattutto quando si è trattato di lanciare l’operazione Irini e per aver ospitato il quartier generale di quest’operazione”.

“Oggi abbiamo avuto un importante dialogo riguardo alla Libia e sulle prospettive che noi abbiamo per la pace e per la nuova leadership nel Paese”, ha proseguito il capo della diplomazia europea, aggiungendo che “la strada è ancora lunga ma c’è una finestra di opportunità che dobbiamo sfruttare”.

La decisione di prolungare l’operazione fino al 2023 arriva nel momento in cui gli esperti delle Nazioni Unite hanno denunciato che l’embargo imposto alla Libia nel 2011 è stato “totalmente inefficace”, poiché palesemente violato da numerosi attori internazionali.

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L’Ue ha lanciato Irini appena un anno fa. Composta da quattro navi e sei aerei, è stata isituita per effettuare ispezioni sulle navi nel tentativo di frenare il flusso di armi verso il paese nordafricano.

Dilaniata dalla guerra civile da quando una rivolta sostenuta dalla Nato ha portato al rovesciamento e all’uccisione del dittatore Mu’ammar Muhammad Gheddafi nel 2011, la Libia è attualmente spaccata tra il Governo di accordo nazionale riconosciuto dall’Onu e guidato da Fayez al Serraj, con sede nella capitale Tripoli e sostenuto inoltre dalla Turchia, e un’amministrazione a est sostenuta dal generale Khalifa Haftar, con l’appoggio di Emirati arabi uniti, Egitto e Russia.

La scorsa settimana il parlamento libico ha votato per approvare un governo di unità che l’Ue ha definito una “svolta significativa” verso la stabilizzazione del paese. “Ora che i libici hanno intrapreso la strada della pace, è più che mai necessario continuare i nostri sforzi”, ha detto in un commento riportato da Euractiv.com un alto funzionario dell’Ue.

L’Ue desidera la fine dei disordini in Libia. Un decennio di conflitto ha lasciato la nazione in una specie di ‘terra di nessuno’, dove in ben poche aree è garantita la legge e in preda dei trafficanti di esseri umani che imbarcano i migranti verso l’Europa.

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Un rapporto di 550 pagine condotto da esperti dell’Onu presentato martedì 16 marzo, sostiene che una serie di sostenitori internazionali su entrambe le parti del conflitto ha violato l’embargo sulle armi, tra cui il gruppo russo Wagner e l’appaltatore militare privato degli Stati Uniti Erik Prince.

Gli esperti hanno usato foto, diagrammi e mappe per sostenere le violazioni documentate, nel periodo che va da ottobre 2019 a gennaio 2021. I sostenitori internazionali di Haftar, tra cui gli Emirati, Giordania, Russia, Siria ed Egitto, sono stati tutti individuati o nei precedenti rapporti delle Nazioni Unite o in quello pubblicato martedì.

Nel mirino degli esperti del Palazzo di vetro ci sono anche Qatar e Turchia, che sostengono le autorità di Tripoli, con la seconda che lo scorso anno ha manifestato tutto il suo dissenso contro Irini in quanto si sono verificate nel Mediterraneo ispezioni a navi battenti bandiera turca.