Elezioni palestinesi: Israele non risponde alla richiesta Ue di monitorare il voto

Murale con l'immagine del leader palestinese prigioniero Barghouti per le strade di Gaza City. [EPAMOHAMMED SABER]

In occasione della prima competizione elettorale in quindici anni non è arrivato il via libera di Gerusalemme all’istanza di Bruxelles, dopo la proposta avanzata lo scorso febbraio. Il contesto.

Israele non avrebbe risposto alla richiesta dell’Unione europea di monitorare le elezioni legislative del prossimo 22 maggio per il rinnovo del Consiglio Legislativo Palestinese (Plc), ovvero il Parlamento, e le seguenti elezioni presidenziali del 31 luglio.

Da quanto ha appreso Euractiv.com non ci sarebbe stato riscontro alle istanze avanzate dal Servizio per l’azione esterna dell’Ue che aveva formalmente richiesto il permesso per una missione esplorativa l’8 febbraio. Ma nonostante i contatti con le autorità israeliane siano stati costanti, da allora non è arrivato nessun via libera, confermano da Bruxelles.

La sollecitazione per un monitoraggio è partita dall’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) affinché l’Ue osservasse le votazioni, ha detto la portavoce della Commissione Nabila Massrali, aggiungendo che l’Unione si è impegnata a garantire un’adeguata presenza di osservatori e che uno dei prerequisiti per avviare la procedura sarebbe, appunto, una missione esplorativa per una valutazione nei mesi che precedono le elezioni. Ha ricordato poi che negli anni passati l’Ue ha sostenuto e finanziato la commissione elettorale centrale ed è pronta a sostenere il processo democratico.

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La situazione, del resto, ha alcune particolarità e criticità, a partire da un doppio appuntamento elettorale in fase di pandemia Covid-19 ma, soprattutto, è il mutato contesto politico palestinese a tenere banco.

Nei ‘territori’ si torna a votare dopo quindici anni, quando si svolsero le prime elezioni del dopo Arafat che videro la vittoria dell’attuale presidente Abu Mazen (alias Mahmud Abbas), allora candidato da Al-Fatah, storica organizzazione politica e paramilitare fondata in Medio Oriente ai tempi della fase più intensa della decolonizzazione terzomondista.

Uno dei cambiamenti significativi rispetto al 2005 è che la competizione fu boicottata da Hamas, movimento cresciuto durante la Prima Intifada e trasformatosi nel corso degli anni da associazione caritatevole a forza politica maggioritaria nei Tpo, che al suo interno ha una struttura parallela costituita da un braccio armato e terroristico.

La vittoria islamista nelle politiche del 2006 portò ad una contrapposizione, anche violenta, tra i due principali partiti. Divisione che vide Hamas prendere il controllo della striscia di Gaza e Fatah mantenerlo sulla Cisgiordania. Il possibile ritorno alle urne, frutto di un lungo e complicato accordo tra rivali, è stato mediato dalla diplomazia, anche segreta, egiziana.

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Abu Mazen ha subito forti pressioni internazionali, in particolare dalla Lega araba, per raggiungere una parziale “riappacificazione” delle varie componenti palestinesi e mettere fine alle diatribe. Un altro aspetto che ha spinto il rais della Muqata ad optare per il voto è dovuto al cambio di inquilino a Washington, dove ora può contare sull’aiuto di un potente alleato come Biden.

Ma pare che l’ultraottantenne politico palestinese abbia preso male le misure visto il terremoto all’interno del proprio schieramento, con il leader Marwan Barghouti, voce autorevole dentro e fuori Al Fatah (detenuto da diciannove anni in una prigione israeliana e con diverse condanne all’ergastolo pendenti), che ha generato una scissione insieme a Nasser al-Kidwa, nipote del defunto leader di Arafat, espulso dal partito nelle scorse settimane. Entrambe queste figure da tempo sono apertamente entrati in collisione con la gestione di Abu Mazen.

Pare che una lista presidenziale Barghouti-Kidwa possa addirittura ambire al primato, per questo qualche settimana fa il Presidente ha minacciato metaforicamente e pubblicamente di “sparare” a chiunque vada contro di lui nel partito.

E nel mirino oltre al duo Barghouti-Kidwa, c’era anche l’eterno nemico il potente politico Mohammed Dahlan, delfino di Arafat, capo della corrente anti-Mazen e oggi in esilio alla corte degli sceicchi. Ciò che è sicuro è il forte contraccolpo che, Abbas e la stanca leadership di Fatah, subirebbero dagli scissionisti, finendo ben dietro ad Hamas.

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Fattori che stanno facendo crescere l’ipotesi di un annullamento delle elezioni che, comunque, resterebbe difficile da giustificare. Inoltre, nelle ultime ore si è diffusa la notizia di un viaggio, per motivi di salute, di Abu Mazen in Germania. Il leader non gode di buona salute da un po’ di tempo e stanno iniziando a girare indiscrezioni su un recente peggioramento delle sue condizioni.

Hamas secondo l’Ue: organizzazione politica o terroristica?

Il partito costola della Fratellanza musulmana è inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Ue, e di molti altri stati. In realtà lo schieramento che fu dello sceicco Yassin, oggi guidato da Isma’il Haniyeh, non accetta tale status e ha fatto andirivieni nell’elenco dopo alcuni passaggi giudiziari.

Infatti, nel 2010 la questione è finita alla Corte di giustizia europea e a fine 2014, come si apprende dal sito del Consiglio europeo, il tribunale ha annullato “per motivi di procedura la decisione del Consiglio che manteneva Hamas in tale elenco”.

Ma nella sessione “Affari esteri” del gennaio 2015 il Consiglio ha deciso di impugnare la sentenza del Tribunale e durante la procedura di appello sono stati sospesi gli effetti della sentenza.