Elezioni in Palestina dopo 15 anni, l’Ue invita Israele a facilitare il voto

Il presidente palestinese Mahmoud Abba Abbas incontra il rappresentate del Comitato elettorale centrale palestinese Hana Naser, presso l'ufficio di Abbas nella città cisgiordana di Ramallah, il 15 gennaio 2021. EPA-EFE/THAER GHANAIM / PALESTINIAN PRE. OFFICE

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas (conosciuto anche come Abu Mazen) ha annunciato le elezioni parlamentari e presidenziali in Palestina, per la prima volta dopo 15 anni, nel tentativo di sanare le antiche divisioni interne.

Le elezioni legislative si dovrebbero tenere il 22 maggio e il 31 luglio invece le presidenziali. Il 31 agosto verranno rinnovati i membri del Consiglio nazionale palestinese, l’organo legislativo dell’Olp, composto sia da membri del Consiglio legislativo, sia da rappresentanti della popolazione palestinese che vive in Cisgiordania e a Gaza, sia da rappresentanti della diaspora. L’annuncio è arrivato con un decreto firmato venerdì dal presidente palestinese Mahmoud Abbas. I due principali contendenti saranno il partito al governo Fatah e il suo rivale islamista Hamas.
La decisione è stata accolta come “uno sviluppo positivo”, secondo quanto affermato da un portavoce del capo della politica estera dell’Ue, Josep Borrell. L’Ue “è pronta a cooperare con gli attori rilevanti per sostenere il processo elettorale” e ha esortato Israele a “facilitare lo svolgimento di queste elezioni in tutto il territorio palestinese”.

Il nodo di Gerusalemme Est

Una delle questioni più scottanti riguarderà la possibilità o meno di votare anche a Gerusalemme Est, che è stata annessa da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, ma che è considerata territorio occupato da gran parte della comunità internazionale.
“Il Presidente ha incaricato il comitato elettorale e tutti gli apparati statali dello stato di avviare un processo elettorale democratico in tutte le città della nazione”, secondo il decreto; il riferimento è alla Cisgiordania occupata (i territori di West Bank), a Gaza e a Gerusalemme est occupata. Il problema naturalmente riguarda il fatto che Israele vieta tutte le attività dell’AP a Gerusalemme Est, e verosimilmente non permetterà un voto palestinese all’interno della Città Santa, considerata la sua “capitale indivisa”.

Hamas e Fatah, una frattura profondissima

L’ultimo voto parlamentare dei palestinesi nel 2006 ha portato a una vittoria a sorpresa di Hamas, ampliando una spaccatura politica interna che ha portato alla presa della Striscia di Gaza da parte del gruppo islamista nel 2007. Il fragile governo di unità nazionale è presto crollato e nel 2007 sono scoppiati sanguinosi scontri nella Striscia di Gaza tra le due principali fazioni palestinesi. Il trionfo di Hamas nelle ultime  elezioni parlamentari, ormai 15 anni fa, non era stato accettato da Israele, dall’Ue e dagli Stati Uniti e quasi tutti i deputati di Hamas in Cisgiordania e a Gerusalemme furono arrestati dai servizi di sicurezza israeliani. Da qui la risposta dell’occupazione dei territori della Striscia.
La frattura tra Fatah, maggioritario in Cisgiordania, e Hamas, che invece controlla la Striscia di Gaza, al centro del conflitto israelo-palestinese e ancora oggi oggetto di un pesantissimo blocco economico da parte di Israele e dell’Egitto, è sempre viva.
La situazione della Striscia di Gaza è particolarmente drammatica e si è aggravata con la pandemia. Una recente petizione promossa dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor di Ginevra e sottoscritta anche da alcuni eurodeputati, chiedeva di interrompere il blocco per consentire l’ingresso di medicinali, dispositivi di protezione, mascherine e strumenti di terapia intensiva per fronteggiare l’aumento di casi da Covid-19, attraverso l’Organizzazione mondiale della sanità.

Una prima risposta da Israele

Israele domenica 17 gennaio, due giorni dopo l’annuncio delle elezioni palestinesi, ha invece presentato i piani per la costruzione di 780 nuove case di coloni nella Cisgiordania occupata.  Anche Netanyahu infatti è alle prese con le ennesime elezioni.
Tutti gli insediamenti ebraici in Cisgiordania (o West Bank) sono considerati illegali da gran parte della comunità internazionale. Ma l’amministrazione Trump, con un dirompente cambio di rotta rispetto alla politica americana in Medioriente, aveva dichiarato nel 2019 che Washington non considerava più gli insediamenti come una violazione del diritto internazionale. Il Presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden, che presterà giuramento mercoledì, ha invece indicato che la sua amministrazione ripristinerà la politica di Washington precedente all’ultimo inquilino della Casa Bianca.
Anche in questo caso è intervenuta l’Ue, tramite un portavoce dell’Unione europea che ha dichiarato che la mossa è “contraria al diritto internazionale e compromette ulteriormente le prospettive di una valida soluzione a due Stati”. L’Ue ha invita Israele a “invertire queste decisioni sugli insediamenti e a mostrare la capacità di ricostruire la fiducia tra le parti, necessaria per un’eventuale ripresa di significativi negoziati israelo-palestinesi”.

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