Elezioni in Kosovo: vincono i nazionalisti di sinistra, con l’incognita sul nuovo Presidente

Un elettore mentre vota a Pristina, in Kosovo, nelle elezioni del 14 febbraio 2021 [EPA-EFE/VALDRIN XHEMAJ]

La piccola nazione dei Balcani occidentali è andata al voto dopo la caduta del leader Thaçi, inquisito per crimini di guerra. La difficile partita dell’elezione del capo di Stato e le questioni aperte con la Serbia (e la Ue). 

A Pristina i giochi delle elezioni anticipate per il rinnovo del Parlamento sono fatti: a spoglio concluso, si conferma il largo successo del partito ‘Autodeterminazione’ (Vetevendosje, Vv) con il 48,17% dei voti.

Il movimento nazionalista di sinistra giunto al primo posto e guidato dall’ex primo ministro Albin Kurti, ha nettamente staccato il Partito democratico del Kosovo (Pdk) che ha ottenuto il 17,35%. Quest’ultimo sarebbe lo schieramento del presidente dimissionario Hashim Thaçi, già esponente di spicco dell’Uçk ai tempi delle guerra del 1999 che, insieme ad altri ex leader dell’organizzazione paramilitare, è attualmente detenuto all’Aja per crimini di guerra.

Al terzo posto, al 13,18%, troviamo la Lega democratica del Kosovo (Ldk), formazione di centrodestra del premier uscente Avdullah Hoti, che ha promesso una “opposizione costruttiva”, mentre l’Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) di Ramush Haradinaj, ex premier ed anche lui già leader Uçk, ha ottenuto il 7,42%. Non ha superato lo sbarramento del 5% la lista civica Nisma di Fatmir Limaj che è ferma al 2,59%. L’affluenza alle urne ha superato il 45%.

“Questa grande vittoria è un’opportunità per avviare i cambiamenti che vogliamo”, ha detto il leader Vv Albin Kurti. Il trionfo del partito anti-establishment ha praticamente raddoppiato l’ultimo risultato elettorale del partito nel 2019, con l’attuale consultazione che è risultata “un referendum sulla giustizia e l’occupazione e contro la corruzione e la cattura dello stato”, ha affermato il leader 45enne, riconoscendo però che si porranno davanti “molti ostacoli”.

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“Dimissioni …

Il cammino del Kosovo, giovane repubblica nata nel 2008 da una scissione dalla Serbia, di cui era provincia autonoma, poi secessionista, è stato caratterizzato dal conflitto Nato-Jugoslavia alla fine dei Novanta e triste protagonista di intense pulizie etniche. La via della stabilità per il piccolo stato balcanico ha visto una grave battuta d’arresto con la pandemia di Covid-19, che ha messo a dura prova i già fragili equilibri regionali.

La crisi sanitaria, sociale ed economica che il coronavirus ha portato nella nazione a maggioranza etnica albanese e musulmana ha avuto un peso determinante in queste elezioni, caratterizzate anche dagli arresti di novembre di esponenti della leadership al governo del Paese, tra cui il Presidente, a processo per crimini di guerra durante il conflitto per la liberazione.

Dai gas lacrimogeni in Parlamento alle alte cariche dello Stato

Il partito Vv, iniziato come un movimento di strada negli anni 2000 per protestare contro le élite locali e l’influenza internazionale in Kosovo, è noto per le forti provocazioni nei primi anni dall’ingresso in politica nel 2011, come il lancio di gas lacrimogeni in Parlamento, motivo per il quale Kurti non ha corso come deputato dopo la condanna in tribunale del 2018 (anche se il suo partito può indicarlo come Primo ministro).

Negli ultimi anni ha ridotto metodi estremi e carnevaleschi, proponendosi come alternativa di governo, tanto che nel 2019 il leader Kurti è diventato primo ministro. Sensibile ai temi anti-corruzione, il partito Vv ha puntato molto sulla legalità, accusando i leader ex indipendentisti, che hanno guidato il paese dopo l’autodeterminazione, di aver ricorso a corruzione e la cattiva gestione dello Stato “mentre la gente comune soffriva”.

Serbia e Kosovo riprendono la strada (tortuosa) dei colloqui

Parte il nuovo ciclo di negoziati tra i due vicini dei Balcani ai ferri corti da decenni con le spinte nazionaliste che allontanano i due Paesi dell’Unione europea alle prese con pressioni internazionali, crisi istituzionali e coronavirus.

Riprendono oggi, giovedì 16 …

Se una volta erano acclamati come eroi dell’indipendenza, l’élite politica ex Uçk è ora diventata il volto dei mali sociali ed economici che affliggono la popolazione di 1,8 milioni di persone, dove gli stipendi medi sono di circa 500 euro al mese e la disoccupazione giovanile al 50%.

“La gente sta aspettando il cambiamento, sta aspettando la rimozione di ciò che ci ha ostacolato, come la corruzione e il nepotismo”, ha detto Sadik Kelemendi, un medico intercettato dai reporter Afp all’esterno di un seggio in una Pristina fredda e innevata.

Un nuovo corso politico?

Il partito Vetevendosje è lanciato verso la formazione di un governo ma non ha la maggioranza assoluta, sebbene abbia raggiunto numeri molto alti, quindi dovrà stringere alleanze con i partiti di minoranza, cui sono riservati 20 seggi, la metà dei quali per la comunità serba, sui 120 scranni dell’assemblea nazionale.

Lo schieramento populista aveva già vinto le elezioni del 2019, ma con poco più di un quarto dei voti, in un Parlamento altamente instabile sui numeri, è durato solo una cinquantina di giorni prima che la traballante coalizione con Ldk si sgretolasse.

Ma c’è una figura chiave in questa vittoria: Vjosa Osmani, presidente dell’assemblea uscente che ha svolto la carica (ad interim) di presidente del Kosovo dopo le dimissioni di Thaçi. La trentottenne docente universitaria, che ha recentemente lasciato la Ldk per unirsi a Kurti, ha dato un forte contributo quanto a carisma e temperanza.

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Non si è fatto attendere il “rammarico” di Bruxelles per la decisione del paese balcanico che diverge dalle posizioni dell’Unione, nella quale Pristina è una potenziale candidata a entrare.

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“Penso che sia giunto il momento che il Kosovo sia guidato non solo da una nuova generazione di politici in termini di età, ma soprattutto in termini di mentalità”, ha detto la Osmani all’Afp.

Le parole della politica nata nell’allora Titova Mitrovica (l’attuale Mitrovica), la città oggi divisa in due parti tra cittadini di etnia albanese e serba, fanno rivolgere lo sguardo alle difficili sfide che segneranno il futuro del Paese.

A partire dalla normalizzazione dei rapporti con la Serbia (sulle quali Kurti pare non essere disposto a compromessi), fino al difficile percorso per l’adesione all’Unione europea, che proprio negli ultimi tempi ha segnato alcune tensioni con Bruxelles, dopo la scelta di aprire l’ambasciata kosovara a Gerusalemme.

Ma il primo serio ostacolo per il nuovo corso di Pristina sarà eleggere il nuovo Presidente, dopo il posto lasciato vacante da Thaçi, procedimento che richiede una maggioranza qualificata in Parlamento.