Elezioni in Etiopia, l’Ue vuole accertarsi delle regolarità con l’invio di osservatori

Manifestanti a sostegno delle forze di difesa nazionale etiopiche ad Addis Abeba nel novembre 2020. [EPA-EFE/STR]

L’Alto rappresentante dell’Unione ha detto che Bruxelles è pronta a inviare una missione per monitorare la tornata elettorale del prossimo giugno, nonostante la guerra in corso nella provincia settentrionale del Tigrè.

L’Unione europea avrebbe intenzione di inviare osservatori elettorali in Etiopia in vista delle elezioni che si terranno nel prossimo giugno. Parlando dopo una videoconferenza con i ministri degli Esteri Ue, l’alto rappresentante per la politica estera Josep Borrell ha detto che saranno inviati “a meno che la situazione non si deteriori ulteriormente”, ma ha aggiunto che una decisione definitiva sarà presa nelle prossime settimane.

Il riferimento è al contesto del Tigrai, la regione dove alla fine dello scorso anno si sono tenuti feroci combattimenti tra le forze governative e i ribelli del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè (Tplf), con una conseguente crisi umanitaria di vaste dimensioni ed elemento di destabilizzazione in una regione già sottoposta a notevoli tensioni, che interessano Eritrea e Sudan in particolare, e una non trascurabile presenza di aziende europee che dall’Etiopia arrivano fino ad Asmara. Borrell ha detto che “i progressi rimangono molto limitati”, mentre i soldati, ha sottolineato l’Alto rappresentante, devono ritirarsi “immediatamente” dal Tigrè.

Durante la riunione, i ministri hanno ricevuto una relazione del titolare degli Esteri finlandese Pekka Haavisto, dopo la sua seconda missione in Etiopia come inviato Ue. Il politico di Helsinki si è recato nella capitale tigrina Mekallé e da lì ha segnalato l’urgente necessità di un cessate il fuoco, ha detto Borrell.

La prima missione di Haavisto aveva provocato la nervosa reazione del governo del primo ministro etiope Abiy Ahmed, che ha accusato il ministro finlandese di essersi rifiutato di incontrare i ministri etiopi e di non essere andato in Tigrè.

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Prosegue la crisi umanitaria nel …

Ad inasprire le tensioni è anche la presenza militare dell’Eritrea, che nel 2018 ha siglato uno storico accordo di pace con l’Etiopia. Attivisti umanitari hanno accusato le truppe di partecipare a massacri di civili e altre violazioni dei diritti umani.

In un primo momento tenuta segreta, la partecipazione di Asmara al conflitto è stata ammessa da Ahmed quando, alla fine di marzo, ha detto che le truppe eritree erano state impegnate nei combattimenti con i ribelli e che si sarebbero ritirate. Ad ora però non è stata fissata alcuna data per il ritiro. Alcuni rapporti parlano di addestramento, da parte dell’Eritrea, di truppe etiopi nel Tigrai fino a 10.000 unità totali.

Due anni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace, in seguito alla ritrovata pace con l’Eritrea, la reputazione di Abiy è deteriorata a causa del conflitto, in particolare per aver ripetutamente rifiutato il cessate il fuoco e per le accuse di interferenze da parte della comunità internazionale.

Il primo ministro ha comunque dato il via libera ai funzionari Onu per poter lavorare insieme alla Commissione etiope per i diritti umani (Ehrc), guidata dall’ex funzionario di Amnesty e Human rights watch Daniel Bekele, e indagare sulle presunte violazioni nel Tigrè.

La questione etiope è stata anche affrontata dal segretario di Stato Usa Antony Blinken, che ha parlato con Borrell la scorsa settimana e fatto pressioni diplomatiche sul governo di Addis Abeba. Da parte sua, l’Alto rappresentante Ue ha detto che Ahmed dovrà accettare un processo di dialogo nazionale prima delle elezioni previste il 5 giugno.

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Le elezioni politiche saranno le prime da quando il governo di Ahmed ha preso il potere nel 2018 portando avanti, a dire il vero, importanti riforme democratiche. Le votazioni dovevano tenersi nel 2020, ma sono state ritardate di oltre un anno dalla pandemia di Covid-19 e da alcune difficoltà organizzative a livello elettorale.

Separatamente, la Commissione europea ha annunciato lunedì 19 aprile un nuovo finanziamento da 53,7 milioni di euro in aiuti umanitari per l’Etiopia. L’esecutivo Ue a dicembre aveva sospeso gli aiuti umanitari citando le difficoltà nel raggiungere le comunità e i rifugiati nel Tigrè e dintorni.

Secondo alcuni osservatori non deve essere solo il governo etiope ad essere tenuto d’occhio, ma anche i leader sconfitti del Tplf. Essi potrebbero lavorare ad un consolidamento dell’instabilità nella regione, con spinte per internazionalizzare il conflitto, anche se questa ipotesi pare più remota.

Alla fine la grande varietà di gruppi etnici che concorrono al potere politico, portatori di diversi interessi nazionali e tutti contestatori del ‘sistema’, potrebbero ridimensionare la portata della protesta tigrina, con la non trascurabile popolarità nazionale di Abiy Ahmed che ancora perdura e non sarà facile da smantellare.