Dieci anni dalle Primavere arabe, il deputato El Jammali: “L’Ue sostenga la democrazia a Tunisi”

Medici di base tunisini in piazza contro il Governo nel dicembre 2020. EPA-EFE/MOHAMED MESSARA

Il deputato e già membro del governo tunisino traccia un bilancio nel decimo anniversario della “Rivoluzione dei Gelsomini”, che portò alla destituzione del dittatore Ben Ali ed aprì alle rivolte in gran parte del mondo arabo e maghrebino.

Era il dicembre 2010 quando nella ‘quieta’ Tunisia, caratterizzata da una forte (ma ormai apparente) stabilità garantita dal regime del presidente Zine El Abidine Ben Ali, partivano quelle rivolte che cambiarono le sorti di molti stati sulla sponda africana ed arabica del Mediterraneo.

Tempo un mese e la Tunisia chiudeva l’esperienza più che ventennale del rais, avviando un percorso di democratizzazione che nessuna delle altre realtà interessate dalle rivolte è riuscita a compiere. Anzi, in molti casi le rivolte sono sfociate nelle catastrofiche guerre che ancora persistono, come in Libia e in Siria (diversa la storia dello Yemen al tempo già colpito dalla guerra civile). In altri contesti, dopo governi eletti in seguito alle rivoluzioni, c’è stato un ritorno all’autoritarismo addirittura con forme di restaurazione (il caso dell’Egitto).

Nulla di tutto questo nella Tunisia nata dalle rivolte arabe, che ha i caratteri del giovane Stato pieno di fermento democratico, ma ancora lontano da quella ‘maturità’ che, insegnano molte esperienze occidentali, può arrivare solo dopo molti decenni. Ma è indubbio che lo sforzo di Tunisi sia un percorso ben diverso dagli altri e, come in tutte le esperienze di questo genere, a passi avanti corrispondono battute d’arresto o addirittura passi indietro.

Per avere un quadro dell’attuale contesto tunisino, Euractiv.com ha contattato il politico Naoufel El Jammali, deputato e già ministro del Lavoro sotto la presidenza Marzouki, che ha confermato come nel Paese ci siano state “molte conquiste politiche” ma altrettante “sfide da affrontare, dal punto vista sociale ed economico”.

L’esponente di Ennhada, il partito di centrodestra di ispirazione islamica protagonista del nuovo corso tunisino avviato nel 2011, ha affermato che le riforme economiche e la crescita sono fondamentali per sostenere la democrazia del Paese.

Il clima politico che vive Tunisi è quello di un potenziale malcontento che potrebbe minare la fiducia dei cittadini elettori, dovuto a una fragilità istituzionale che ha visto alternarsi otto primi ministri in nove anni e a un’economia caratterizzata da instabilità.

Ad ora non si vede una ripresa economica: la disoccupazione giovanile è ancora alta, e in molto tentano la migrazione verso l’Europa, un segno chiaro della scarsità di posti di lavoro.
Su questo pesano i rimborsi di un prestito di 2,9 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale e l’ulteriore ostacolo rappresentato dalla pandemia di Covid-19.

“C’è molta infelicità nella società tunisina – avverte El Jammali -. Lo stesso livello di infelicità c’era prima della Rivoluzione, ma con la differenza che allora non avevamo il diritto di parlarne”. “Ora la gente ha il diritto di esprimere la propria infelicità. Penso che sia normale”, ha spiegato ad Euractiv.com.

Tunisia, crisi economica e lo spettro dell'instabilità sociale e politica

Nel 2020, secondo i dati del ministero dell’Interno aggiornati al 3 agosto, sono arrivati sulle coste siciliane 5806 cittadini tunisini. Rispetto allo stesso periodo del 2019 gli arrivi in Italia dalla rotta del Mediterraneo centrale sono in netto aumento.
In seguito …

“Abbiamo molti gruppi politici in parlamento, il che rende molto difficile la creazione di un governo coerente, di una coalizione forte”, recrimina El Jammali che pensa “seriamente” ad un cambio della legge elettorale per “permettere alla Tunisia di avere un governo forte”.

Il dibattito sulla riforma per ridurre il livello di frammentazione politica, accusata di aver portato ad una serie di deboli governi di coalizione, è molto sentito e questo, sostengono gli schieramenti favorevoli, non significherebbe modificare la costituzione del 2014, anche se comporterebbe una lotta politico-istituzionale in un momento in cui la maggior parte dei tunisini è alla disperata ricerca di migliori prospettive economiche.

Nonostante Ennahdha sia il partito più grande dal 2011, è rimasto fuori dal governo per la maggior parte del tempo. Nel frattempo ha visto calare il proprio sostegno, sceso al 24% alle elezioni del 2019, rispetto al 32% del 2014 e al 41% del 2011. “Non abbiamo ministri, ma per il bene del Paese abbiamo scelto di sostenere questo governo”, ha detto El Jammali.

Secondo il deputato sono stati la corruzione, le difficoltà economiche, la disuguaglianza e l’alto tasso di disoccupazione a guidare la primavera araba e il persistere di molti di questi problemi ha fatto temere che nell’opinione pubblica prendesse piede l’ipotesi di un ritorno all’autocrazia, come si è visto in Egitto.

Un rischio che El Jammali riconosce, anche se è fiducioso che i tunisini non perderanno la speranza: “La cosa più importante è una forte crescita economica. Questo è ciò che ci aiuterà ad affrontare i problemi sociali e la lotta contro la nostalgia della dittatura”. “Il popolo tunisino conosce la differenza tra dittatura e democrazia e si rende conto che oggi ha il diritto di parlare per se stesso senza paura della polizia o del carcere. Queste cose sono molto preziose. Non credo che ci torneremo”, ha aggiunto.

Nel frattempo, il politico esorta i leader dell’Ue a continuare a garantire un sostegno politico ed economico alla Tunisia. Mentre la primavera araba si è rivelata una falsa alba per molti Paesi, la Tunisia è ancora vista come la principale storia di successo, nonostante le attuali difficoltà economiche. “Rispetto ad altri Paesi siamo gli unici sopravvissuti – ha concluso El Jammali – .La luce viene sempre dalla Tunisia, storicamente parlando”