Crisi in Mali: Francia e Stati Uniti sostengono le sanzioni imposte dalla Cedeao

Il leader maliano Goita (sx) con i membri del Cnsp Ndaw (c) e il colonnello Diaw (dx) [H. Diakite/EPA/EFE]

I leader della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao) hanno imposto nuove sanzioni al Mali dopo la decisione della giunta militare di restare al potere fino a un massimo di 5 anni. Macron: “Piena solidarietà alla regione”.

Il brusco peggioramento della situazione nel Mali, dopo che a dicembre la giunta militare ha annunciato di rimanere al potere per un massimo di cinque anni, mettendo così in discussione le richieste internazionali per tenere elezioni il prossimo 27 febbraio, sta mettendo in serio allarme la presidenza francese dell’Unione europea, gli Stati Uniti e l’Algeria che martedì 11 gennaio hanno espresso il loro sostegno ai Paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) dopo la decisione di imporre sanzioni contro Bamako e chiudere le frontiere la scorsa domenica.

La situazione era già molto complessa dopo due colpi di Stato in meno di un anno. Ma la proposta della giunta militare di rimanere al potere per un massimo di cinque anni prima di organizzare le elezioni ha spinto i Paesi dell’Africa occidentale a prendere delle contromisure.

Oltre a chiudere le frontiere e imporre un embargo commerciale, la Cedeao ha anche deciso di interrompere gli aiuti finanziari al Mali e congelare i suoi beni presso la Banca centrale degli Stati dell’Africa occidental. Cosa che non è andata giù ai golpisti, che hanno criticato le misure ed esortato i maliani a manifestare contro le sanzioni.

Martedì 11 gennaio, durante una conferenza stampa congiunta con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso la più “completa solidarietà alla regione” e ha detto di sostenere “le decisioni della Cedeao nei confronti di Bamako”, aggiungendo che l’Ue cercherà di rafforzare le sanzioni contro la giunta militare.

La situazione in Mali rappresenta una spina nel fianco per l’Eliseo. La Francia, dopo l’intervento militare del 2013 che aveva apparentemente portato all’avvio di un processo di stabilità politica, ha deciso di ritirare parzialmente le proprie truppe. L’insuccesso della missione ha fatto sì che con il tempo quella francese diventasse una presenza non gradita dalla popolazione maliana, che in un primo momento aveva salutato con favore l’aiuto di Parigi all’ex colonia.

A destare ulteriore preoccupazione è la penetrazione della Russia in Africa. Un tema affrontato anche dal ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, che ha accusato i mercenari del gruppo russo Wagner di “sostenere” la giunta militare in Mali con la scusa di combattere un’insurrezione jihadista.

“Ciò che sta accadendo in Mali è una corsa a capofitto della giunta che, in spregio ai suoi impegni, spera di tenere il potere per anni e di privare il popolo maliano delle elezioni democratiche”, ha aggiunto Le Drian.

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Anche Washington, per mezzo dell’ambasciatrice degli Stati Uniti presso l’Onu Linda Thomas-Greenfield, ha manifestato il proprio sostegno alla decisione della Cedeao,  esortando il regime del Mali a onorare la sua promessa di tornare alla democrazia. “Una transizione di cinque anni non è nel loro interesse e prolunga il dolore del popolo”, ha detto l’ambasciatrice americana ad una riunione del Consiglio di Sicurezza.

La presidenza dell’Algeria, che condivide una lunga frontiera con il Mali, ha invitato la giunta a negoziare con la Cedeao e “raggiungere un’intesa per porre fine alla crisi, tenendo conto delle richieste internazionali e delle richieste legittime del popolo maliano”.

Finora, la giunta militare del Mali però si è mostrata diffidente nei confronti delle proposte di negoziazione. L’uomo forte del paese, il colonnello Assimi Goita, in un discorso tenuto lunedì 10 gennaio, ha definito le sanzioni “illegittime, illegali e disumane”, anche se ha aggiunto di essere disposto a dialogare con i vicini dell’Africa occidentale.

Ulteriore deterioramento delle relazioni

L’ultima crisi politica è arrivata in un periodo di costante deterioramento delle relazioni tra il Mali e i suoi vicini e partner, iniziato dopo che Goita ha guidato il colpo di stato nell’agosto 2020 e rovesciato il presidente Ibrahim Boubacar Keita. Sotto la minaccia di sanzioni in seguito al golpe, Goita aveva promesso di tenere le elezioni entro febbraio 2022.

Ma l’idea è sfumata dopo che lo stesso leader ha inscenato un secondo colpo di stato nel maggio 2021, dopo l’annuncio di un rimpasto del governo di transizione, che aveva escluso due militari che avevano preso parte al colpo di stato dell’agosto scorso. In seguito, a dicembre, il suo governo ha proposto di rimanere al potere per un massimo di altri cinque anni, sostenendo che l’insicurezza dilagante in Mali gli impedisce di organizzare elezioni sicure secondo il calendario concordato.

L’estesa nazione, abitata da 19 milioni di persone, è nella morsa di un’insurrezione jihadista, e ampie fasce di territorio sono fuori dal controllo del governo. Il rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per il Mali, El-Ghassim Wane, martedì 11 gennaio ha detto al Consiglio di Sicurezza che “l’insicurezza si è estesa, la situazione umanitaria è peggiorata, molti bambini hanno dovuto abbandonare la scuola e il Paese è precipitato in un ciclo infinito di instabilità”.

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Il leader della giunta militare Goita ha fatto appello alla calma e alla “resilienza” di fronte alle sanzioni della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale e ha assicurato ai cittadini che il governo prenderà provvedimenti per contrastarne gli effetti. Il Mali si trova in un’area geografica critica, colpita da carestie e calamità dovute alla crisi climatica ed uno dei Paesi più poveri al mondo.

Le sanzioni sembrano aver scatenato una rabbiosa reazione in Mali e compattato il sentimento nazionalista, suscitando un’ondata di messaggi pro-governo e critiche ai paesi ostili a Bamako sui social media.

Tuttavia, si è alzata una voce fuori dal coro con una dozzina di partiti che hanno rimprovero ai componenti della giunta militare di essere gli unici responsabili delle sanzioni, che sono “il risultato della scelta politica delle autorità maliane di non rispettare i loro impegni”.