Corsa all’Africa: la Russia sbarca in Sudan con le navi a propulsione nucleare

Il presidente Putin insieme agli omologhi africani al Summit Russia-Africa 2019 a Sochi. EPA-EFE/SERGEI CHIRIKOV / PISCINA

Si tratta del primo atto di forte rilevanza militare dalla fine dell’Urss e aprirà a Mosca le porte dell’Oceano indiano, oltre a quelle di una vasta area del continente africano.

L’Africa sempre più al centro delle operazioni geopolitiche mondiali e questo non è certo una novità, ma gli sviluppi intorno a questa dinamica regalano alcune nuove o, meglio, dei grandi ritorni.

Il caso è quello della Russia di Putin che ha approvato, lunedì 16 novembre, la costruzione di una struttura navale russa in Sudan in grado di ormeggiare navi di superficie a propulsione nucleare, come riporta Euractiv. Dopo il decreto pubblicato lunedì, il presidente russo ha parlato della proposta del Governo di creare un hub logistico navale nel Paese sul mar Rosso e ha ordinato al ministero della Difesa di firmare un accordo per realizzarlo.

Una infrastruttura che, una volta diventata operativa, permetterà a Mosca di aprire le porte nel continente africano e sull’oceano Indiano. Prosegue dunque la politica di Putin per l’espansione in Africa, dopo che il leader russo ha presieduto il vertice Russia-Africa di Sochi nell’ottobre 2019, un evento destinato a fare aumentare l’influenza nella vasta area che va dal Mediterraneo alla punta di Cape Agulhas nell’estremo sud.

Un ritorno in grande stile 

Si tratterebbe del primo sostanziale riferimento militare in Africa dalla fine dell’Unione sovietica, che tra gli anni ’50 e la fine dei ’70 aveva impegnato milioni di rubli e diverse migliaia di uomini tra truppe e consiglieri militari nel continente, spesso per sostenere rivoluzioni, colpi di stato o guerre.

Ma alla fine l’Africa rimaneva un’area di secondaria importanza nella contesa del bipolarismo, in un’ottica di balance of power che si esprimeva stabilmente prima di tutto in Europa e in parte in Asia, con il contesto coreano, oltre a tutti gli altri teatri di confronto più o meno duraturi che si sono verificati nel continente, a partire dal Vietnam.

In Africa capitava che il sostegno a gruppi politici non fosse così stabile o che questi fossero soggetti a clamorose giravolte. Nel vasto continente che a nord vede l’Europa e a sud l’Antartico tutto poteva succedere nelle contese che vedevano comunisti contro capitalisti, capitalisti contro capitalisti, comunisti contro comunisti. Infatti capitava, ad esempio, che alcune nazioni o gruppi sostenuti dai sovietici combattessero contro altri sostenuti dalla Cina e così via.

Ovviamente tutto rispondeva a dinamiche molto chiare, che facevano riferimento ad uno scontro di più alto livello che vedeva contrapposte Usa e Urss, con un passo avanti della Cina dopo i primi anni ’70, quando diventò un prezioso riferimento anti-sovietico per gli Stati uniti d’America.

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In ogni caso, il contesto internazionale, mutato su certi aspetti ma rimasto sostanzialmente invariato su altri, vede oggi l’Africa come una frontiera di espansione geopolitica primaria, non certo priva di approcci post coloniali.

La nuova penetrazione russa in Africa

Nel caso della Russia si è parlato, almeno dalla metà dell’ultimo decennio, di una maggiore presenza nel continente africano e nell’agosto scorso il tabloid tedesco Bild ha rivelato alcuni documenti segreti del ministero degli Esteri di Berlino, scrivendo che “il governo di Vladimir Putin sta espandendo massicciamente la sua presenza in Africa” impegnandosi militarmente “in un numero sempre maggiore di Paesi del continente” nei quali “i principali beneficiari sono i tiranni che vogliono sopprimere le proprie popolazioni con l’aiuto delle truppe russe”.

I potenziali ospitanti delle forze federali russe sarebbero, oltre al Sudan: Egitto, Eritrea, Madagascar, Mozambico e Repubblica Centrafricana. Si tratta di Paesi strategici, sia per il posizionamento geografico sia perché godono di importantissime risorse naturali.

La nuova base militare della marina russa, che potrà ospitare fino a 300 persone tra militari e civili, sorgerà nei pressi di Port Sudan e sarà vicina di casa, se così possiamo dire, di quella statunitense di Camp Lemonnier posta qualche centinaio di chilometri più a sud, nello stato di Gibuti.

La piccola repubblica africana si affaccia sullo stretto di Bab el-Mandeb, porta sull’oceano Indiano tramite il golfo di Aden. Gibuti inoltre ospita basi navali cinesi e francesi, mentre anche marine militari di altre nazioni utilizzano spesso il suo strategico porto.

I termini dell’accordo

Una bozza di documento relativo alla struttura di Port Sudan, resa pubblica all’inizio di novembre dal governo russo, parlava di una struttura che non poteva ormeggiare più di quattro navi contemporaneamente. L’hub sarebbe destinato ad operazioni di riparazione, rifornimento e come luogo di ristoro per il personale navale.

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Il terreno per la base sarà fornito gratuitamente dal Sudan e Mosca avrà il diritto di portare armi, munizioni e altre attrezzature necessarie attraverso gli aeroporti e i porti del Sudan per sostenere la nuova struttura, simile a quella di Tartus in Siria (alla quale è annessa anche una base aerea e che permette la presenza russa nel Mediterraneo).

Mosca, come sta facendo Pechino da anni, vuole aumentare la sua influenza in Africa, dove sono presenti 54 Stati membri delle Nazioni Unite, una ricchezza mineraria enorme e mercati potenzialmente redditizi per le armi prodotte in Russia, la prima esportatrice nel continente.

Un avvertimento per tutti, Ue compresa

L’agenzia di stampa Tass, controllata dallo Stato, ha previsto che la nuova struttura renderà più facili le operazioni militari russe nell’Oceano Indiano, per agire con equipaggi sostitutivi sulle navi a lungo raggio.

Ha anche previsto che la Russia fortificherà il suo nuovo avamposto africano con sistemi avanzati di missili terra-aria, che le permetteranno di creare una no-fly zone per diverse miglia intorno.

“La nostra base in Sudan sarà un’altra argomentazione per far sì che gli altri ci ascoltino”, si legge in un articolo di opinione del Tass, a dimostrare che  il salto di qualità dei movimenti russi in Africa costituisce un chiaro segnale per tutte le potenze che vi stanno investendo.

Tra l’altro, nel caso specifico del Sudan, sono ingenti gli investimenti da parte di Israele, che non vuole essere da meno nella contesa africana, come del resto altri Paesi europei.

L’iperattivismo russo è certo un segnale anche per l’Unione europea, che fa del partenariato con l’Africa uno dei suoi principali terreni di sviluppo, con l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell impegnato sul fronte africano con recenti visite e prese di posizione su questioni spinose, ma sulle quali è difficile lasciare una forte impronta europea vista la contesa squisitamente geopolitica sulla vasta area continentale, dove gli interessi economici sono accompagnati da chiare politiche diplomatiche e militari, che invece mancano all’Unione.

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