Clima, i senatori Usa spingono per introdurre dazi sulla CO2 alle frontiere simili al meccanismo europeo CBAM

I democratici del Senato Usa (nella foto, il capogruppo Chuck Schumer) hanno raggiunto un accordo che include una "tassa di importazione di chi inquina" per aiutare a finanziare il pacchetto di stimoli alla ripresa del presidente Joe Biden. [Michael Reynolds / EPA-EFE]

I democratici del Senato degli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione una “tassa di importazione di inquinanti”, simile al meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere (CBAM) recentemente presentato dall’Ue – su cui tuttavia non mancano dubbi e scetticismi – per aiutare a finanziare il pacchetto di recupero da 3,5 trilioni di dollari del presidente Joe Biden.

Un assistente democratico ha affermato che l’accordo raggiunto dai principali senatori del partito la scorsa settimana includerebbe la proposta di una “tassa di importazione di inquinanti” applicabile alle merci ad alta intensità di CO2 che entrano negli Stati Uniti. Secondo Bloomberg, il senatore dell’Oregon Jeff Merkley ha detto che “c’è molto sostegno” per l’idea.

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La tassa di importazione degli Stati Uniti imiterebbe il meccanismo CBAM recentemente proposto dall’Ue, che cerca di fissare un prezzo del carbonio sui beni importati per pareggiare i costi per l’industria europea e impedire le delocalizzazioni verso i paesi in cui è più economico inquinare.

La proposta dell’Ue ha già alimentato i timori dei paesi emergenti come la Cina, che ha sollevato “gravi preoccupazioni” dicendo che la tassa sul carbonio creerà nuove barriere al commercio, e degli stessi Stati Uniti.

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Ma la Commissione europea, che ha presentato la proposta la scorsa settimana, afferma che la tassa sul carbonio alle frontiere dell’Ue mira anche a incitare i partner commerciali dell’Unione a decarbonizzare.

“Il CBAM, come lo chiamiamo noi, non è una tassa, è una misura ambientale”, ha affermato Paolo Gentiloni, ex presidente del Consiglio italiano che ora è commissario europeo per l’Economia.

L’esecutivo dell’Ue osserva inoltre che le tariffe sul carbonio alle frontiere sono già in vigore in alcune regioni del mondo, come la California, dove viene applicato un adeguamento a determinate importazioni di elettricità.

“Siamo anche pronti a cercare di trovare l’equilibrio tra la nostra ambizione e la necessità della cooperazione globale, perché ci vuole ambizione ma anche cooperazione globale per avere risultati da questo punto di vista”, ha detto Gentiloni.

Jytte Guteland, uno dei deputati socialdemocratici di spicco al Parlamento europeo, afferma che lavorare in tandem con gli Stati Uniti renderebbe più efficace la tassa sul carbonio alle frontiere in Europa.

“È qualcosa che in realtà speravo che accadesse, che avremmo visto iniziative nelle grandi nazioni e regioni commerciali di tutto il mondo e che il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere avrebbe influenzato altri che hanno un grande impatto sul commercio globale e sulle emissioni”, ha detto Guteland a EURACTIV.

Una misura coordinata Ue-Usa in materia aumenterebbe la pressione sulla Cina, il più grande inquinatore del mondo, per iniziare a ridurre le sue emissioni di gas serra. E Pechino starà a guardare da vicino le prossime iniziative, ha detto Simone Tagliapietra del think tank economico Bruegel di Bruxelles.

La scorsa settimana è entrato in vigore il sistema di scambio di quote di emissione (ETS) della Cina, che ha fissato un prezzo del carbonio di 51,23 yuan – o poco meno di 7 euro – nel giorno in cui è stato lanciato.

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Il valore è ben al di sotto del prezzo del carbonio dell’Ue, che è attualmente superiore a € 50 per tonnellata. Ma secondo Tagliapietra, una più stretta cooperazione Ue-Usa sui dazi sul carbonio fungerebbe da potente incentivo per la Cina a far funzionare il suo nuovo sistema ETS.

Sfide in arrivo

L’amministrazione Biden è stata, fino ad ora, scettica riguardo alla tassa sul carbonio alle frontiere dell’UE, con l’inviato americano per il clima John Kerry che ha avvertito che dovrebbe essere considerata come l’”ultima risorsa”.

“Noto che è estremamente complicato pensare alla struttura di una tassa di confine”, ha detto Jonathon Pershing – un membro del team di Kerry – in un dibattito EURACTIV a maggio. “Non sono d’accordo in linea di principio sul fatto che abbia valore, ma penso che abbia un’enorme complessità”.

Ma Kerry ora ne parla in modo più positivo. “Abbiamo discusso molto da vicino con Francia, Paesi Bassi e Ue” del meccanismo CBAM, ha detto al Financial Times, aggiungendo: “Abbiamo deciso di consultarci, non abbiamo detto che siamo favorevoli a metterne in atto uno”.

Anche così, c’è ancora molta strada da fare prima che una tariffa sul carbonio si faccia strada nella legge americana. Secondo Tagliapietra, sarebbe difficile da mettere in atto perché, a differenza dell’Europa, gli Stati Uniti hanno evitato il carbon pricing per decenni.

“Gli Stati Uniti non hanno un mercato del carbonio a livello federale, e quindi per loro è più difficile calcolare l’importo dell’adeguamento”, ha detto Tagliapietra a EURACTIV.

“Dovrà esser condotto un calcolo sul prezzo del carbonio incorporato nelle normative ambientali, e poi, a partire da quello, bisognerà costruire l’adeguamento del carbonio alle frontiere, che è molto complicato”, ha spiegato.

Attualmente ci sono proposte alla Camera dei Rappresentanti e nel Senato degli Stati Uniti per introdurre un prezzo del carbonio, ma non è chiaro se avranno successo. Sia i Democratici che i Repubblicani sono divisi sull’idea.

Una tariffa per il clima, non per l’economia

Altre potenziali differenze tra le tariffe sul carbonio dell’Ue e degli Stati Uniti riguardano il modo in cui verranno utilizzati i proventi.

Negli Stati Uniti, il piano è radicato nella necessità di finanziare l’enorme pacchetto di ripresa del presidente Joe Biden, che include investimenti verdi.

Ma a Bruxelles si teme che utilizzare le entrate per finanziare il bilancio dell’Ue violerebbe le regole dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), il cui rispetto è una priorità assoluta per la Commissione europea. L’esecutivo dell’UE avrebbe dovuto fare un annuncio martedì 20 luglio su quali proventi della misura sarebbero andati alle “risorse proprie” dell’Ue, ma la proposta è stata posticipata a tempo indeterminato.

Secondo Tagliapietra, un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere non dovrebbe limitarsi a generare nuove fonti di entrate per il bilancio dell’Ue.

“Questa è una narrativa particolarmente americana. I democratici stanno spingendo per questo meccanismo di adeguamento delle frontiere del carbonio come un modo per finanziare il pacchetto infrastrutturale e, onestamente, penso che sia una narrativa sbagliata”, ha detto a EURACTIV.

“Questa non dovrebbe essere una macchina per generare entrate, ma una misura climatica da regolare mentre fai enormi sforzi a casa e non vuoi che gli altri possano farsi un giro gratis”, ha aggiunto Tagliapietra.

Le critiche al CBAM europeo

Nel frattempo, dopo la presentazione del meccanismo CBAM da parte della Commissione, non sono mancati i dubbi e le prese di posizione critiche. A partire da quelle dell’industria, che teme che la graduale introduzione della nuova tassa coincida con l’eliminazione dei permessi gratuiti di emissioni di CO2 nell’ambito del sistema di scambio di quote di emissione dell’UE (ETS).

Nonostante l’industria europea sia soggetta a un prezzo sulle emissioni di CO2 già dal 2005, infatti, è stata ampiamente messa al riparo dagli aumenti dei prezzi ETS grazie a un generoso schema di assegnazione gratuita. Ma ora che i prezzi del carbonio stanno raggiungendo livelli record di oltre 50 euro per tonnellata, i rappresentanti delle imprese europee sono preoccupati per il costo aggiuntivo che rappresenterà il nuovo CBAM.

Oltre al rischio che alcune imprese produttrici siano danneggiate dall’eliminazione dei prezzi di mercato degli ETS, poi, un altro problema – messo in luce dal Centro politiche europee (CEP) in un recente documento – è che la logica su cui si fonda il CBAM non impedisce (anzi, agevola) il cosiddetto ‘pass through’, il trasferimento ai consumatori degli oneri impositivi, generando non tanto una diminuzione delle emissioni, ma un impoverimento netto delle famiglie.

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