Cina, diritti umani e sanzioni Ue: Pechino invita Bruxelles a ritornare sui propri passi

Jewher Ilham mentre regge l'immagine del marito Ilham Tothi alla consegna del premio Sakharov 2019. [Wikipedia, Parlamento Europeo]

Nella Repubblica popolare c’è preoccupazione per le probabili sanzioni europee a funzionari cinesi, mentre l’ambasciatore presso l’Unione ammonisce e chiede un ripensamento per non peggiorare la situazione.

La Cina è profondamente preoccupata per la probabile imposizione da parte dell’Ue di sanzioni sui diritti umani a funzionari cinesi, tanto che Zhang Ming, ambasciatore Rpc a Bruxelles ha avvertito, martedì 16 marzo, che sarebbe meglio “pensarci due volte” prima di impegnarsi in un confronto, perché la Cina “non si tirerà indietro”.

L’Ue sarebbe pronta a colpire quattro funzionari cinesi e un’entità cinese (divieti di viaggio e congelamento dei beni come da prassi) lunedì 22 marzo per due motivi: le violazioni dei diritti degli uiguri nello Xinjiang e la riforma del sistema elettorale a Hong Kong.

“Voglio sottolineare che le sanzioni sono una prova di forza. Le sanzioni basate sulle bugie potrebbero essere interpretate come un attacco deliberato alla sicurezza e allo sviluppo della Cina”, ha avvertito il diplomatico cinese.

Nei provvedimenti potrebbero finire anche funzionari di altri paesi, tra cui Russia, Corea del Nord ed Eritrea. Essi dovrebbero essere colpiti con il congelamento dei beni e il divieto di visto per presunte violazioni dei diritti umani, secondo un nuovo regime di sanzioni creato a dicembre, il cosiddetto ‘Magnitsky’ Act dell’Ue, destinato a punire gravi violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, come nel caso delle sanzioni imposte per la vicenda del leader dell’opposizione anti-Putin Alexei Navalny.

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Secondo le organizzazioni per i diritti umani, almeno un milione di uiguri e membri di varie minoranze musulmane sarebbero imprigionati in centinaia di campi di detenzione nello Xinjiang. La Cina è accusata di sterilizzare forzatamente le donne, di farle prostituire e imporre il lavoro forzato e praticare torture; accuse sempre negate. La spiegazione ufficiale parla di programmi di formazione, schemi di lavoro e istruzione per debellare l’estremismo nella regione.

“Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia hanno istituito centri di deradicalizzazione o centri di correzione – le misure della Cina non sono completamente diverse dalle loro”, ha detto Zhang. “È responsabilità del governo cinese garantire la sicurezza e il benessere del popolo”, ha detto e ha aggiunto: “Siamo contro l’interferenza negli affari interni degli altri, contro le sanzioni e contro le accuse infondate”.

Proprio il diverso modo di intendere l’attenzione europea agli affari interni cinesi è al centro di un caso diplomatico: la visita degli ambasciatori dell’Ue nella regione cinese dello Xinjiang si è arenata sulla loro richiesta di incontrare l’accademico uiguro incarcerato, Ilham Tohti, che ha ricevuto il premio Sakharov (massimo riconoscimento dell’Ue per i diritti umani) nel 2019.

L’ambasciatore cinese presso l’Unione europea, Zhang Ming ha detto che era tutto pronto per la visita ma che l’Ue si è impuntata su “richieste inaccettabili”. “Insistono per un incontro con un criminale condannato dalla legge cinese”, ha aggiunto, “questo è inaccettabile, mi dispiace molto”. Nel frattempo aumentano anche le tensioni tra Stati Uniti e Cina. Non siamo più ai livelli di tensione raggiunti sotto l’amministrazione Trump, ma la situazione è comunque molto complessa.

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Nel fine settimana …

Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha affermato che la Cina sta agendo in modo aggressivo e repressivo, citando le sue azioni nei mari della Cina orientale e meridionale, dove sussistono dispute territoriali con il Giappone e altre nazioni asiatiche, tra le quali Vietnam e Taiwan.

Secondo Blinken, nella regione Pechino sta “aumentando le tensioni, anziché diminuirle”, con le sue azioni marittime e le prese di posizione contro l’isola taiwanese. Le estese rivendicazioni territoriali della Rpc nei mari della Cina orientale e meridionale sono diventate una questione prioritaria, in un rapporto sino-americano sempre più teso. Esse rappresentano notevole preoccupazione per la sicurezza del Giappone.

Sulla ‘questione Senkaku’, chiamati anche Diaoyu in Cina, piccoli isolotti nel Mar Cinese Orientale controllati dal Giappone ma rivendicati da Pechino, Blinken ha detto che i cinesi stavano “agendo in modo più repressivo in casa e in modo più aggressivo all’estero, nel Mar cinese orientale per quanto riguarda le isole Senkaku e nel Mar cinese meridionale per quel che riguarda Taiwan”.