Caso Pegasus, attivisti e giornalisti spiati dai governi. Von der Leyen: “Se è vera, vicenda inaccettabile”

[EPA-EFE/OLIVIER HOSLET]

L’inchiesta giornalistica ha svelato come diversi governi, tra cui quello ungherese, unico nell’Ue, usassero il software israeliano per spiare giornalisti, politici e attivisti.

“La vicenda è totalmente inaccettabile, se è vera”. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha commentato così il caso Pegasus, l’inchiesta realizzata da 16 organizzazioni giornalistiche mondiali, che ha rivelato come diversi governi in tutto il mondo, tra cui dell’Ungheria, unico Paese Ue coinvolto, abbiamo utilizzato l’omonimo software israeliano per spiare migliaia di giornalisti, attivisti, politici e autorità religiose.

La vicenda sullo spionaggio “deve essere verificata, ma se è così è completamente inaccettabile. Sarebbe contro qualsiasi regola. Nella Ue c’è la libertà di stampa ed è uno dei valori fondamentali dell’Unione europea e sarebbe assolutamente inaccettabile se fosse così”, ha precisato von der Leyen in conferenza stampa a Praga.

Anche la Nato condanna questi atti che, a suo dire, “mirano a destabilizzare e degradare la sicurezza euro-atlantica e sconvolgere la vita dei nostri cittadini”. “Osserviamo con crescente preoccupazione che le minacce informatiche alla sicurezza dell’Alleanza sono complesse, distruttive, coercitive e sempre più frequenti, come recentemente dimostrato da episodi di ransomware e altri attacchi informatici diretti contro le nostre infrastrutture critiche e istituzioni democratiche e sfruttando le debolezze nella catena di approvvigionamento. hardware e software informatico”, ha affermato in una nota il Consiglio Nord atlantico.

L’inchiesta giornalistica

L’inchiesta condotta parallelamente da diversi media internazionali è iniziata dopo che è trapelata una lista di 50.000 numeri di persone potenzialmente spiate tramite Pegasus. Alla lista hanno avuto originariamente accesso l’organizzazione no profit di giornalismo parigina Forbidden Stories e Amnesty International. Tra i Paesi che avrebbero cercato di accedere al sistema ci sono: Azerbaijan, Bahrain, Kazakistan, Messico, Marocco, Ruanda, Arabia Saudita, Ungheria, India, ed Emirati Arabi Uniti.

Budapest però nega tutto. “In Ungheria gli organi statali autorizzati all’uso di strumenti sotto copertura sono monitorati regolarmente dalle istituzioni governative e non governative. Avete fatto la stessa domanda ai governi degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Germania o della Francia?”, ha replicato lo staff di Orban al Washington Post. A inizio luglio il primo ministro ungherese è stato il primo leader europeo a finire nella lista dei trentasette ‘predatori della libertà di stampa’ stilata da Reporters sans frontières (Rsf).

“L’autoproclamato paladino della democrazia illiberaleha costantemente ed efficacemente minato il pluralismo e l’indipendenza dei media da quando è tornato al potere nel 2010”, scriveva Rsf, imputando a Orban aver trasformato la radio pubblica “in un organo di propaganda” e di aver ridotto al silenzio “i media privati” grazie a “manovre politico-economiche” e all’acquisto di società di media da parte di oligarchi vicini al suo partito. Anche il Parlamento europeo a marzo aveva espresso preoccupazione per gli attacchi ai media nel Paese.