Bullmann (Spd): “L’Ue deve tenere un canale aperto con la Turchia”

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La cancelliera Angela Merkel punta a lasciare aperti i canali di comunicazione con la Turchia, mentre le forze di opposizione del Paese sostengono un approccio diverso. Lo dichiara l’eurodeputato socialdemocratico tedesco Udo Bullmann per Euractiv.

Tuttavia, aggiunge Bullmann, al prossimo vertice del 10-11 dicembre l’UE dovrebbe inviare un messaggio chiaro al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Bullmann, parlamentare europeo e portavoce per gli affari europei nel Comitato esecutivo del Partito socialdemocratico tedesco (SPD), afferma che l’Europa deve essere cosciente che le forze dell’opposizione turca sostengono l’instaurazione di buoni rapporti con l’Unione.

“Non dobbiamo dimenticare che la base del potere di Erdoğan si sta erodendo. […] Basti guardare ai risultati delle ultime elezioni municipali in Turchia: il nostro uomo sta sudando, teme di perdere il potere di determinare le sorti della politica interna ed estera del suo Paese”, osserva l’eurodeputato.

A marzo il presidente turco aveva subito un’importante sconfitta: il suo partito AK aveva perso il controllo della capitale Ankara per la prima volta in un’elezione locale.

“Non dovremmo affrontare la Turchia come un monolite autocratico. Bisogna continuare ad avere un approccio flessibile, per trasformarla e riportarla nella famiglia delle nazioni pacifiche. Sarebbe questa l’intenzione di Merkel, e non possiamo biasimarla”, aggiunge Bullmann.

D’altra parte, sottolinea, con Erdoğan non si può scendere a “cattivi compromessi”.

“Se si comporta come è avvenuto di recente, dall’UE dovrà arrivare un messaggio chiaro e netto, e una definizione chiara e netta della posizione europea”, dichiara ancora Bullmann, aggiungendo che il comportamento aggressivo del presidente turco non può più essere tollerato.

Al vertice UE del 10 dicembre i leader europei dovrebbero decidere i passi da adottare a seguito del peggioramento delle relazioni tra UE e Turchia. L’imminente incontro al vertice è la scadenza che l’Unione ha dato al Paese eurasiatico: se le tensioni non verranno mitigate, si passerà ad esaminare eventuali misure contro Ankara.

Una fonte ben informata ha dichiarato la scorsa settimana per Euractiv che Erdoğan sarebbe disposto a fare marcia indietro al primo segnale di un consenso unitario tra i Paesi UE. Tuttavia, l’adozione di un approccio comune si sta rivelando tutt’altro che semplice, se consideriamo che Grecia, Francia e Austria spingono per le sanzioni, mentre Paesi come Germania, Spagna e Italia continuano ad essere restii.

È in particolare la Germania, che attualmente detiene la presidenza dell’UE, a mostrare di volersi opporre alle sanzioni. In un’intervista a Politico dei giorni scorsi, il ministro degli esteri greco Niko Dendias se la prende con Berlino per aver fallito nell’imporre alla Turchia un embargo UE sulle armi, senza tuttavia usare la parola sanzioni.

“Non riesco proprio a capire perché la Germania sia riluttante ad utilizzare il suo enorme potere economico per spiegare chiaramente ad altri Paesi che il diritto internazionale va osservato”, dichiara Dendias.

“Posso capire le questioni finanziarie, ma sono certo che la Germania sia consapevole che fornire armi offensive a un Paese che minaccia la pace e la stabilità di due stati membri UE è una forte contraddizione. È la definizione stessa della parola contraddizione”, ha aggiunto il ministro greco.

Le ragioni alla base del blocco dell’embargo sulle armi non sono una coincidenza, soprattutto per Spagna e Italia.

Secondo dati ufficiali dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla pace di Stoccolma, sarebbero proprio questi i principali fornitori europei di armi al Paese eurasiatico. Nel periodo 2015-2019, il 43% delle importazioni di armi originava da Italia e Spagna.

Giovedì scorso il Parlamento europeo ha contribuito ad aumentare la pressione su Ankara, adottando una risoluzione non vincolante a sostegno di Cipro, stato membro UE, in cui esorta i leader europei ad “intervenire e imporre sanzioni severe” contro la Turchia.

Il 15 novembre Erdoğan aveva fatto inferocire il governo di Cipro, il cui territorio copre la parte meridionale di quest’isola del Mediterraneo divisa in due, recandosi in visita a Varosha, località balneare in abbandono e circondata da una recinzione militare dal 1974, e ormai terra di nessuno.

Hami Aksoy, portavoce del ministero degli esteri turco, ha denunciato la risoluzione accusando il Parlamento europeo di essere “preda dei pregiudizi e ignaro dei fatti reali” riguardanti Cipro.

Saranno i leader europei ad avere l’ultima parola. Ad Atene sono in molti a temere che la Germania possa adottare un approccio troppo cauto, o che altri sostenitori di Erdoğan dell’ultima ora possano giocare le loro carte, come il premier ungherese Viktor Orbán o quello bulgaro Boyko Borissov.

Nel frattempo, il 30 novembre, dopo quasi un mese e mezzo, la nave di ricerca turca Oruc Reis ha fatto ritorno nel porto di Adalia, sulla costa meridionale turca.