Atene smentisce l’annuncio della Nato: nessun colloquio con Ankara

Un militare della Marina greca. EPA/PARIS PAPAIOANNOU

Le tensioni con la Turchia sono sempre più forti e il puzzle nel Mediterraneo orientale si complica dopo che la Grecia ha smentito l’annuncio da parte della Nato dell’avvio del dialogo con la Turchia.

Giovedì 3 settembre il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha annunciato che i due Alleati avevano accettato di avviare colloqui tecnici per risolvere le tensioni nel Mediterraneo orientale “nello spirito di solidarietà della Nato”, ma è arrivata subito la smentita di Atene. Fonti diplomatiche greche hanno sottolineato immediatamente che l’annuncio di “presunti colloqui tecnici in seno alla Nato non corrisponde alla realtà”.

La Grecia sostiene “di aver preso nota” dell’intenzione di Stoltenberg a lavorare per stabilire meccanismi di de-escalation all’interno del patto nord-atlantico, “tuttavia, l’unica de-escalation può essere l’immediata rimozione di tutte le navi turche dalle acque greche”.

Il Segretario generale ha annunciato alle delegazioni nazionali permanenti della Nato a Bruxelles la sua intenzione di suggerire colloqui tecnici tra la Grecia e la Turchia, ma il governo di Atene non  avrebbe mai dato ufficialmente il suo consenso all’avvio di tali colloqui, né Stoltenberg avrebbe parlato con il primo ministro greco o con il ministro degli Esteri per definire la questione.

Alla smentita di Atene corrisponde invece un’opposta dichiarazione del ministero degli Esteri turco che elogia Stoltenberg per l’iniziativa: “Ci aspettiamo che la Grecia sostenga questa iniziativa del Segretario generale della Nato”, hanno sottolineato dagli Affari esteri turchi.

I ministri dell’Ue hanno deciso di dare un ultimatum alla Turchia per le sue attività nel Mediterraneo Orientale. Se non dovessero cessare, sono pronti a rafforzare le sanzioni già previste. La decisione è attesa per la prossima riunione speciale dei Capi di stato e di Governo dell’Ue, prevista per i prossimi 24-25 settembre.

Ue-Turchia: una partita sempre più complessa

Lo scorso 28 agosto i ministri degli esteri dell’Unione europea, riuniti informalmente a Berlino per il semestrale appuntamento in formato Gymnich [così è chiamata la riunione informale dei Ministri degli Esteri Ue, ndr], hanno optato per un ultimatum nei confronti …

Tuttavia, le cose non sono cambiate in seguito all’ultimatum dell’Ue: il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha avvertito sabato (29 agosto) che se la Grecia espanderà i suoi confini marittimi nel Mar Egeo, la Turchia la considererà una causa di guerra.

Gli Stati membri sono molto divisi sul tema e soprattutto Francia e Germania hanno posizioni che non collimano rispetto alla strategia da adottare con Erdogan. La Francia per un verso, anche dopo l’incidente libico, è pronta a sostenere Atene (e Nicosia), mentre la Germania predilige un tentativo di mediazione.

Dopo l’arrivo della nave da ricerca sismica turca Oruç Reis in una zona contesa del Mediterraneo, accompagnata da navi da guerra, Macron, a metà agosto, ha annunciato un rafforzamento della presenza militare francese nella zona.

Le tensioni tra la Turchia e la Grecia sono sempre più forti per quanto riguarda le rivendicazioni concorrenti sulle riserve di gas naturale; nel mezzo della questione però ci sono anche le rivendicazioni di Cipro, membro dell’Ue, e tante questioni irrisolte.

In seguito all’ultima riunione informale dei Ministri degli esteri Ue a fine agosto, l’Alto rappresentante per la politica estera Joseph Borrell ha sottolineato che “siamo chiari e determinati nel difendere gli interessi e la solidarietà dell’Unione europea con la Grecia e Cipro. La Turchia deve astenersi da azioni unilaterali. Questo è un elemento fondamentale per permettere al dialogo di avanzare. Quello che vogliamo è trovare strade verso un rapporto più sano. È nell’interesse reciproco sia dell’Unione europea che della Turchia. Per questo motivo, dobbiamo camminare su una linea sottile tra il mantenimento di un vero spazio di dialogo e, allo stesso tempo, mostrare forza collettiva nella difesa dei nostri interessi comuni”.

In che cosa si tradurranno queste parole non è ancora chiaro.

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