Alyaksandr Lukashenko, sovietico di ferro e “ultimo dittatore d’Europa”

Il presidente bielorusso Alyaksandr Lukashenko [EPA/SERGEI GRITS/POOL]

Nel 1994 aveva vinto le prime elezioni libere in Bielorussia con l’80% delle preferenze. Il 9 agosto 2020 l’esito delle urne è rimasto invariato ma la società bielorussa ora vuole il cambiamento. 

Alyaksandr Lukashenko, l’“ultimo dittatore europeo” è in difficoltà: “Non mi vedrete mai compiere azioni sotto pressione. Non ci saranno nuove elezioni fino a che non mi ucciderete”, ha detto il 16 agosto a un gruppo di operai in sciopero a Minsk. Il presidente neo rieletto con suffragio bulgaro è accusato di brogli elettorali. Nella giornata del 16 agosto un corteo di 200 mila manifestanti, il più grande della storia della Bielorussia secondo la stampa locale, ha chiesto un passo indietro al presidente e libere elezioni.

Bielorussia, decine di migliaia in piazza contro la violenza e per cambiare il Paese

Decine di migliaia di bielorussi sono scesi in piazza, il 13 agosto, per contestare, pacificamente, contro la rielezione del presidente Alexander Lukashenko e la conseguente brutale repressione della polizia.

In numerose città bielorusse i manifestanti hanno formato catene umane, spesso vestendo …

La storia personale di Lukashenko, nato il 30 agosto 1954 a Kopys, è in continuità con il passato sovietico della Bielorussia, mai del tutto archiviato. Nel 1990, anno dell’indipendenza dall’Unione sovietica, Lukashenko venne eletto come parlamentare e creò il gruppo “Comunisti per la democrazia”. In precedenza aveva preso parte all’attività politica del partito comunista a livello locale, con ruoli di amministratore nelle aziende agricole collettive di stato. Lukashenko è stato l’unico deputato del parlamento bielorusso che si oppose all’accordo del dicembre 1991 per la dissoluzione dell’Unione sovietica. La sua formazione comunista non lo abbandonò nemmeno da presidente eletto nel 1994, quando mantenne l’impalcatura statale ereditata dal regime comunista decaduto e rifiutò le indicazioni di riforma presentate dal Fondo monetario internazionale. Nello stesso anno si rivolse al parlamento russo, la Duma, per lavorare all’istituzione di una nuova comunità di Stati ex sovietici. La Bielorussia è l’unico Stato nella comunità che ha mantenuto la struttura del Kgb, la polizia segreta sovietica. Nel 1999 Lukashenko e Yeltsin firmarono il trattato per la creazione dello Stato Unitario, che rinforzava la cooperazione tra Russia e Bielorussia nel rispetto della reciproca indipendenza.

Per rimanere al potere per 26 anni, Lukashenko ha esteso i suoi poteri attraverso 3 referendum. Il primo, nel 1995, ha introdotto il russo come lingua ufficiale del Paese e dato il potere al presidente di sciogliere il Parlamento in caso di “attentato alla costituzione”. Il secondo, nel 1996, ha modificato la Costituzione per trasformare la Bielorussia in una repubblica presidenziale. Il presidente ha ottenuto in questo modo i poteri per nominare i giudici della Corte costituzionale e la possibilità di governare attraverso “ordini esecutivi”. Con il referendum del 2004, Lukashenko ha esteso il mandato presidenziale “a vita”, eliminando il limite dei due mandati.

Corruzione, repressione politica e dei media sono un altro aspetto controverso del regime Lukashenko. Questo esercizio del potere comprende arresti arbitrari, violazione della privacy, controllo delle reti associative e del potere giudiziario. Secondo il rapporto sui diritti umani del dipartimento di Stato americano “le autorità a tutti i livelli hanno spesso operato nell’impunità e non hanno preso i necessari provvedimenti per perseguire o punire gli amministratori nel governo e le forze di sicurezza che hanno commesso abusi sui diritti umani”.

Repressione in Bielorussia, l'Ue minaccia sanzioni contro la dittatura

In Bielorussia continuano le proteste per avere democrazia dopo le accuse al dittatore Lukashenko di aver truccato le elezioni. L’Unione europea alza la voce e minaccia provvedimenti, ma le parole di Bruxelles paiono proprio non essere sufficienti…

L’Unione Europea ha dichiarato …

Le elezioni del 9 agosto hanno cambiato la partita. Le contestazioni di piazza sempre più pressanti e la presa di posizione dell’Unione europea contro gli abusi della polizia hanno spinto il leader bielorusso a rivolgersi a Vladimir Putin. Il 16 agosto il Cremlino ha assicurato al leader bielorusso “l’assistenza necessaria per risolvere i problemi in corso sulla base dei principi del Trattato sulla creazione dell’Unione”. Il Cremlino poi non esclude l’intervento diretto, “sulla base del Trattato di sicurezza collettiva”. Nella stessa nota si accenna anche a non meglio specificate “ingerenze esterne” nella crisi post elettorale.

L’Unione europea insieme agli osservatori di Osce e Onu  avevano già denunciato per irregolarità le elezioni del 2006 e del 2010. In entrambi casi le proteste della società si risolsero con arresti di massa e con un raffreddamento dei rapporti con l’Ue. Secondo il rapporto sui diritti umani del Dipartimento di stato Usa anche le ultime elezioni parlamentari del 17 novembre 2019 si sarebbero svolte con irregolarità e brogli come “l’affluenza alle urne anticipata e gonfiata il giorno delle elezioni, il voto multiplo, il voto domestico non trasparente e la tabulazione dei voti non trasparenti in tutto il paese”. Sulla situazione delle proteste in Bielorussia il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha convocato un vertice di emergenza del Consiglio europeo, che riunirà  i 27 ministri degli Esteri degli stati membri.