Afghanistan, l’avanzata talebana induce Olanda e Germania a cambiare linea sui rimpatri

Due migranti afgane arrivate in Turchia si riposano lungo un percorso verso ovest, ad Agri, in Turchia, 24 aprile 2018. EPA-EFE/ERDEM SAHIN

Le milizie talebane stanno riprendendo il controllo del Paese con una velocità che nessuno si immaginava: in meno di una settimana hanno conquistato una decina di capoluoghi di provincia, tra cui il nodo commerciale di Kunduz. La situazione induce i governi di Olanda e Germania a cambiare linea sui rimpatri forzati degli afgani. 

Olanda e Germania fanno marcia indietro, indotte dalle notizie che occupano le prime pagine di tutti i quotidiani occidentali sull’avanzata dei talebani in Afghanistan e sul rischio che addirittura Kabul possa cadere prima della fine dell’anno. Solo pochi giorni prima, i ministri degli Esteri di Germania, Austria, Paesi Bassi, Danimarca, Belgio e Grecia avevano scritto ai commissari Ue Margaritis Schinas e Ylva Johansson di voler procedere con i rimpatri dei cittadini afgani. Pur riconoscendo la “delicata situazione in Afghanistan alla luce del ritiro delle truppe internazionali”, avevano sottolineato “l’importanza di rimpatriare chi non ha reali esigenze di protezione”, aggiungendo che “fermare i rimpatri invia un segnale sbagliato ed è probabile che motiverà ancora più cittadini afgani a lasciare casa per dirigersi in Ue”.

Le notizie sulle violenze, le uccisioni sommarie, le fustigazioni in pubblica piazza e le richieste di aiuto delle donne afgane che rischiano di subire le conseguenze più terribili della situazione, li hanno però indotti a cambiare versione.
In una intervista al Corriere della Sera, Fawzia Koofi, una delle donne che per conto del governo afgano tenta in questi giorni una trattativa con i talebani, ha detto: «Ricevo telefonate anche di notte da parte di donne terrorizzate che mi chiedono cosa devono fare, se scappare o restare. Sappiamo come in molti distretti abbiano già costretto le donne a sposarsi con i miliziani».
Ad inizio maggio, quando il ritiro del contingente americano era da poco iniziato, sulle colonne del Manifesto la giornalista Giuliana Sgrena aveva scritto che proprio le donne afgane avevano motivo di temere le conseguenze del ritiro delle truppe Usa, come indicato dai primi attentati  islamisti ad una scuola femminile a Kabul e contro gli studenti che preparavano l’esame per accedere all’università.

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Dopo vent’anni di guerra che avrebbero dovuto sconfiggere i talebani e le correnti islamiste radicali, dire di voler rimpatriare i cittadini afgani che “non soddisfano le condizioni per rimanere nell’Ue” proprio nel momento in cui i talebani fanno terra bruciata, è sembrato davvero troppo. Così, almeno Olanda e Germania hanno deciso di sospendere i rimpatri verso l’Afghanistan. La moratoria varrà per sei mesi, secondo quanto annunciato dal segretario di stato alla Giustizia, Ankie Broekers-Knol, “alla luce del rapido deterioramento della situazione”.
Non hanno però cambiato idea tutti i Paesi che avevano scritto alla Commissione: la Grecia, ad esempio, continua a ribadire che porre fine ai rimpatri forzati “manderebbe un messaggio sbagliato” e incoraggerebbe più afgani a cercare di raggiungere l’Europa.

Secondo alcuni, questa posizione equivale ad abbandonare gli uomini e le donne di un Paese martoriato a loro stessi.
C’è però un gruppo specifico di persone che rischiano di essere davvero abbandonate dai Paesi UE  ad un destino che non lascia scampo: gli interpreti locali e coloro che hanno collaborato con le forze olandesi in Afghanistan e che ora sono considerati dai talebani dei traditori. Un gruppo di trenta poliziotti olandesi ha lanciato un appello dalle colonne del quotidiano Trow, sostenuto anche da Amnesty International, in cui sollecitano il governo a portare urgentemente in Olanda tutte queste persone, così come hanno fatto gli americani con i loro collaboratori. Perché in Afghanistan in questo momento non hanno scampo dalla morte.