Afghanistan, Biden e Johnson convocano un G7 straordinario per stabilire un approccio comune

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro italiano Mario Draghi, il primo ministro canadese Justin Trudeau, il primo ministro giapponese Yoshihide Suga e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel durante il vertice del G7 di giugno in Cornovaglia. EPA-EFE/PHIL NOBLE / POOL

Fissata una riunione virtuale dei leader del G7 la prossima settimana per discutere una strategia e un approccio comune sull’Afghanistan.

Il presidente americano Biden e il premier britannico Johnson, che detiene la presidenza del G7, hanno anche discusso della necessità di uno stretto coordinamento continuo tra alleati e partner democratici sulla politica in Afghanistan in futuro: sul tavolo ci sono tantissime questioni, dalla decisione se riconoscere o meno il nuovo regime talebano al modo in cui la comunità globale può fornire ulteriore assistenza umanitaria e sostegno ai rifugiati e ad altri afghani vulnerabili.
In molti hanno notato che nel suo discorso alla nazione, l’inquilino della Casa Bianca abbia menzionato gli alleati solo una volta, e tra l’altro rispetto alle misure di evacuazione delle Ambasciate a Kabul. Ha addirittura detto che non avrebbe sacrificato nessuna altra vita americana, quasi dimenticandosi degli uomini e delle donne degli altri contingenti NATO.  In più, sono state molto diverse le spiegazioni date da Biden da un lato e dalla Merkel dall’altro: se il discorso di Biden è incentrato sulla difesa senza se e senza ma della posizione americana, la Cancelliera tedesca è stata l’unica leader occidentale a dire nettamente che è stata “Una valutazione sbagliata. Non una valutazione sbagliata tedesca, ma una valutazione sbagliata comune”.
Questo G7 potrebbe essere il tentativo di ritessere le fila delle alleanze.

Il primo problema: riconoscere o no il regime talebano?

Il primo problema che hanno i leader dei Paesi occidentali è capire se riconoscere ufficialmente il nuovo regime talebano o meno, anche se in molti hanno fatto notare come una sorta di riconoscimento sia stato dato implicitamente dal Presidente Usa Trump al momento della sottoscrizione degli accordi di Doha.
Boris Johnson ha in ogni caso ribadito che un eventuale loro riconoscimento al governo di Kabul dovrà avvenire in modo “unitario e concertato” ad opera della comunità internazionale e che “sarebbe sbagliato” concederlo “prematuramente o a livello bilaterale” da parte di singoli Paesi e governi. In ogni caso l’idea è quella di evitare di andare in ordine sparso.
L’alto rappresentante della politica estera della Ue, Josep Borrell, al termine del Consiglio affari esteri, aveva invece detto che “Dovremo metterci in contatto con le autorità a Kabul, chiunque ci sia, i talebani hanno vinto la guerra quindi dobbiamo parlarci, per discutere ed evitare un disastro migratorio e una crisi umanitaria”, oltre che “evitare che torni il terrorismo”. Viceversa, il premier canadese Trudeau ha affermato che il Canada non ha alcuna intenzione di riconoscere il regime: “Quando erano al potere 20 anni fa, il Canada non ha riconosciuto il loro governo. Hanno rovesciato e sostituito con la forza un governo eletto e hanno formato un gruppo terroristico, secondo la legge canadese”.

Il secondo problema: la protezione umanitaria

“Non vogliamo nemici esterni o interni”, ha assicurato Zabihullah Mujahid nella sua prima conferenza stampa. “Nessuno sarà danneggiato, non vogliamo avere problemi con la comunità internazionale”, ha aggiunto il portavoce dei talebani, aggiungendo tuttavia che “abbiamo il diritto di agire secondo i nostri principi religiosi”, che si traducono nella Sharia.
I talebani cioè parlano di una qualche svolta moderata che però viene accolta con scetticismo da molti afghani ed osservatori internazionali. E proprio questo tema lega la questione del riconoscimento del nuovo Emirato Islamico al tema della protezione umanitaria, perché le testimonianza che arrivano raccontano tutta un’altra storia.
L’Europa sarà all’altezza del compito cui è chiamata per affrontare la crisi afgana? Ne è certo il premier italiano Mario Draghi spiegando che di questo “abbiamo parlato stamattina con la Cancelliera Merkel. Abbiamo soprattutto parlato delle operazioni di evacuazione dell’Aeroporto di Kabul, ma abbiamo iniziato a tratteggiare quelle che saranno le linee fondamentali della cooperazione a livello europeo. Siamo tutti consapevoli che la cooperazione è assolutamente necessaria per affrontare due obiettivi: l’accoglienza e la sicurezza”. L’accoglienza di “tutti coloro che si sono esposti in questi anni per la difesa delle libertà fondamentali, dei diritti civili, dei diritti delle donne” e al contempo il freno ad una possibile ondata di migranti afghani che magari non si sono esposti in prima persona per questi diritti ma che ora rischiano comunque di vivere in un regime di terrore.
Anche se anche salvare la vita di chi ha collaborato con la missione internazionale non si sta rivelando una passeggiata: il ministro olandese Kaag ha spiegato che gli afghani che si sarebbero dovuti imbarcare su un aereo militare inviato dall’Aja sono stati bloccati all’ingresso dello scalo dalle forze americane, anche se erano in possesso della documentazione necessaria. L’aereo alla fine è ripartito senza passeggeri.

Il terzo problema: riflettere sul futuro dell’Occidente

È sempre Draghi a dire che “La prima cosa che bisogna fare, forse non la più importante, è riflettere sull’esperienza avvenuta. Ricordiamoci che la guerra in Afghanistan è la prima risposta degli Stati Uniti all’attentato alle Torri gemelle. Quindi il bilancio che noi traiamo non è un bilancio solo sulla guerra in Afghanistan, è di questi ultimi 20 anni e del ruolo che l’Occidente ha avuto in tutto il mondo arabo. Ma forse ancora più importante che guardare al passato e discutere di bilanci è tracciare il futuro”.
Non si tratta solo di criticare il caos dell’evacuazione di Kabul, che ricorda, come molti hanno detto, Saigon. In questo senso la critica più radicale è arrivata da colui che aveva negoziato il ritiro della missione internazionale: Donald Trump ha parlato di una umiliazione senza precedenti, dicendo che “Non credo che in tutti questi anni il nostro Paese sia mai stato così umiliato”. Si tratta invece di capire quale sarà l’impatto di questa vicenda sul mondo arabo in generale, sui rapporti tra il mondo arabo e l’Occidente e sulla radicalizzazione di alcune comunità in Europa.