Stubb: “È tempo di un’autonomia strategica dell’Ue”

Alexander Stubb, direttore della Scuola di governance transnazionale dell'Istituto universitario europeo. [EPA-EFE/ARMANDO BABANI]

EURACTIV Italia ha intervistato Alexander Stubb, direttore della Scuola di governance transnazionale dell’Istituto universitario europeo. Stubb ha esperienza diretta di molte istituzioni europee come ex vicepresidente della Banca europea degli investimenti, ex premier e ministro finlandese degli esteri e delle finanze, ex membro del Parlamento europeo e di quello finlandese, che ha lavorato anche alla Commissione europea.

Nel suo discorso all’incontro annuale di Bruegel ha sottolineato la necessità che l’Unione europea abbia un ruolo più forte sulla scena internazionale, sfruttando anche i suoi strumenti economici. Quali sarebbero i suoi suggerimenti al riguardo?

La prima osservazione è che la geopolitica non è più quella di una volta. La geopolitica è diventata molto più geoeconomia. E questo fa il gioco dell’Unione europea. Le dà l’opportunità di giocare un ruolo su questioni chiave come il commercio, la regolamentazione, la politica della concorrenza. Penso anche che parte del gioco più grande sia fare dell’euro la valuta più importante del mondo. Quindi il tipo di strumenti tradizionali europei, che sono stati sempre considerati come soft power, potrebbero ora essere usati molto meglio anche come hard power. Penso che quello che l’Ue deve fare sia pensare alla sua strategia di politica estera in un modo nuovo, probabilmente un po’ più ampio di quello che era una volta.

Quali sono le sue proposte specifiche, anche per quanto riguarda gli strumenti da utilizzare in questa prospettiva?

La prima è l’autonomia strategica. Si tratta di un dibattito molto importante. Strategicamente l’Ue è sempre stata dipendente dai suoi Stati membri, ma probabilmente anche molto dall’alleanza transatlantica. Ha bisogno di trovare più spazio per prendere decisioni in modo indipendente. Per autonomia strategica non intendo sovranità strategica o protezionismo o qualcosa del genere. Intendo un pensiero più strategico per l’Ue in quanto tale.

Il secondo è il commercio e gli strumenti commerciali. Penso che l’Ue abbia fatto la cosa giusta istituendo accordi commerciali. Ci sono accordi commerciali bilaterali con partner come Corea, Giappone, Messico o Mercosur. Se non c’è la possibilità di avere accordi commerciali multilaterali – come sembra essere il caso con l’Organizzazione mondiale del commercio al momento – allora la seconda opzione migliore è quella di fare accordi commerciali bilaterali. L’Unione europea ha avuto un grande successo e una grande influenza in questo.

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La terza è il potere normativo o regolamentare. Abbiamo la tendenza a dimenticare che la regolamentazione è un punto chiave per il settore privato. Quindi, quando l’Unione europea regolamenta un settore, il resto del mondo dovrà seguirne l’esempio. Ora siamo in un nuovo ciclo legislativo e stiamo facendo nuove leggi. L’Ue deve pensare alla regolamentazione anche come strumento di potere verso l’esterno e non solo come strumento di potere verso l’interno per far sì che gli Stati membri si adeguino.

In quarto luogo, la politica di concorrenza o l’antitrust. Questa è una competenza esclusiva dell’Ue. E l’Ue, e in particolare la commissaria per la concorrenza Margrethe Vestager, ha fatto le cose giuste in questo campo. Ma anche sulla politica di concorrenza dobbiamo pensare se guardiamo solo dal lato interno, al mercato europeo, o anche da quello esterno, al mercato globale. Che tipo di politiche dovremmo avere in questo caso? La commissione è stata piuttosto dura, ad esempio, nei confronti dei giganti della tecnologia e di altri.

Il quinto strumento è l’euro, la moneta unica. Ci deve essere più indipendenza per l’eurozona in quanto tale, in modo da non dipendere dai sistemi di scambio americani per esempio. E lo dico non in quanto antiamericano, anzi, al contrario, in quanto avido transatlantico. Questo è qualcosa di cui abbiamo bisogno guardando a tutti questi strumenti come strumenti economici di politica estera.

Guardando anche alle tensioni geopolitiche intorno all’Unione – dalla Bielorussia all’Ucraina, dalla Turchia e dal Mediterraneo orientale al Medio Oriente e al Nord Africa – pensa che questo sia un buon momento per avere una maggiore integrazione anche nel campo della tradizionale politica estera e di sicurezza?

Sicuramente penso che vadano di pari passo. Il seminario di Bruegel riguardava gli strumenti economici, quindi mi sono concentrato su questo. Ma penso che anche l’aspetto della politica estera e di sicurezza dell’Ue debba essere rafforzato. La mia argomentazione principale è che la politica estera e di sicurezza è oggi molto più ampia della Pesc tradizionale o della difesa. Ecco perché l’Ue dovrebbe avere una visione olistica su di essa.

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Penso che ci vorrà molto perché la Francia rinunci al suo seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ma naturalmente da una prospettiva puramente europea sarebbe la cosa giusta da fare. Ci dovrebbe essere un seggio per l’Ue nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Se questo sia realistico o meno in questo momento è una questione completamente diversa.

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