Bonino: “L’Italia usi il Mes e si batta per un’Europa federale”

Emma Bonino, senatrice di Più Europa. [EPA-EFE/ETTORE FERRARI]

EURACTIV Italia ha intervistato Emma Bonino, senatrice di Più Europa, già commissaria europea per riflettere sul futuro dell’Europa e sul rapporto tra Italia ed Europa.

Lei e Più Europa auspicate che l’Italia utilizzi i fondi del Meccanismo europeo di stabilità per la pandemia. Perché?

Siamo in una situazione di grande difficoltà del Paese, in cui sia il settore sanitario che quello della scuola, l’economia, ecc. stanno dimostrando grandi sofferenze. Tra tutti gli strumenti europei messi in atto – da parte della Banca centrale europea, della Banca europea degli investimenti,gli scostamenti di bilancio autorizzati dalla Commissione, il fondo Sure – c’è anche il Meccanismo europeo di stabilità. Che è già pronto e che a oggi ha come unica limitazione di essere dedicato alla cura e alla prevenzione del virus, cioè sanità ricerca, sanitizzazione delle scuole, ecc. E che a differenza degli altri è già disponibile e operativo.
Su questo c’è una spaccatura evidente all’interno della maggioranza. Tutti abbiamo detto e chiunque capisce che è irresponsabile non utilizzare questi fondi. Sarebbero molto utili sia dal punto di vista della sanità che delle scuole, che dovrebbero riaprire a settembre, ma che andranno sanitizzate. Ma a cause di quelle grandi divergenze politiche le comunicazioni del Presidente Conte al Parlamento è stata declassata a informativa per evitare il voto. Invece l’importanza del Consiglio europeo informale emerge dalla lettera di convocazione del presidente Michel, che definisce l’incontro “cruciale” nella strada del negoziato per il Next Generation Europe. E il nostro governo ci andrà senza un mandato parlamentare. Peraltro, se anche ci fosse un accordo politico in luglio – prima certamente no – per la messa in atto di questo ambizioso piano, sarà implementato al più presto per la prima parte nella tarda primavera del 2021, e per la seconda parte più sostanziosa, che richiede peraltro le ratifiche dei parlamenti nazionali, del 2023. Ma anche il prof. Monti e molto altri hanno detto in modo inequivocabile che sarebbe stata più forte la posizione negoziale del governo se avesse utilizzato il Mes. Perché alcuni dicono “se voi non ne avete così tanto bisogno, tanto che non volete utilizzare il Mes allora possiamo prendercela un po’ più comoda”. Ed è chiaro che ovviamente è molto importante che il Next Generation Europe vada in porto e sia dentro il bilancio dell’Unione. Da federalista capisco la rivoluzione che comporta. Però bisogna stare attenti anche ai tempi. Che non sono quelli di cui l’Italia ha bisogno.

Perché il Next Generation Europe è rivoluzionario e rappresenta un salto di qualità per l’integrazione europea?

Perché raddoppiano le risorse europee, da circa l’1% a oltre il 2% del Pil. Ed entra nel bilancio dell’Unione e quindi nel trilogo tra Parlamento europeo, Commissione, e Consiglio. Pertanto sia dal punto di vista istituzionale che sostanziale è un passo molto importante, che solo tre mesi fa era inimmaginabile.

Lei si è sempre impegnata sul tema dei diritti civili. La Corte di Giustizia dell’Ue ha appena sanzionato l’Ungheria per la legge che limitava i diritti e le possibilità di finanziamento della società civile. Ennesima condanna di leggi liberticide in Ungheria e Polonia. È preoccupata per l’erosione dello stato di diritto in questi Paesi? Cosa dovrebbe fare l’Ue al riguardo?

Esiste l’art. 7 del Trattato che prevede tutta una serie di procedure che possono portare fino alla sospensione del diritto di voto di questi Paesi. Ma è una procedura molto lunga e complessa, che è però l’unica disponibile. Più efficace sarebbe la sospensione dei fondi di coesione verso quei Paesi. Perché l’Ue non è un bancomat, ma una comunità di valori che si è dotata anche di un bilancio. Peraltro già dieci anni fa avevo proposto un bilancio del 5% del Pil, per realizzare una federazione leggera. Segnalo che ciascuno Stato membro gestisce circa il 50% del Pil. Quindi gli Stati pesanti sono gli Stati nazionali, non certo l’Ue. Mentre all’Ue e alla Commissione si chiede di fare sempre di più con un bilancio dell’1% del Pil. Di cui circa il 35% va in sussidi di coesione – che l’Italia non sa usare e infatti non usa e in parte dovrebbe restituirli (a causa della pandemia la Commissione ha ridato all’Italia tutti i fondi che avrebbero dovuto essere restituiti, e potranno essere spesi senza vincoli e senza co-finanziamento contro la pandemia, ndr) – e un altro 35% circa in sussidi agricoli, che fa circa il 70% del bilancio. Con il poco che resta bisogna fare di tutto: ricerca, politica estera, difesa, ecc. È evidente che questo non è possibile. Spero che ora tornerà sul tavolo la questione delle risorse proprie dell’Unione, che fu un lungo dossier su cui lavorò un comitato presieduto da Mario Monti, per individuare delle tasse dirette comunitarie. C’è chi vuole la carbon tax sull’inquinamento, chi una tassa sui giganti del web, ecc. Ci sono varie opzioni, ma è chiaro che le finanze dell’Ue vanno più che rafforzate, altrimenti è inutile lanciare New Green Deal o come si voleva qualche anno fa il Piano Marshall per l’Africa – che ovviamente è finito nel cassetto, e per come era concepito forse è anche meglio. Però non si può continuare a chiedere alla Commissione di fare sempre di più – peraltro in modo contrastante tra i vari Paesi – con zero risorse. Come celebrare i matrimoni con i fichi secchi, anzi senza fichi, né secchi né freschi.

Lei ha sempre sostenuto le ragioni di un’Europa federale, come chiedeva Altiero Spinelli. Cosa manca all’UE per diventare una vera federazione? E come muoversi in quella direzione?

Manca una riforma dei Trattati che ne stabilisca i principi. Il Trattato di Lisbona appartiene a un’epoca storica, quasi geologica, diversa. Servono più poteri al Parlamento europeo, compreso il potere di iniziativa legislativa, che ancora non ha. Il Parlamento ha acquisito competenze ulteriori rispetto al bilancio per fortuna. Ma il punto concettuale, guardando altri Paesi organizzati in modo federale, è che si mettano in comune quelle politiche che fatte insieme sono più efficaci oltre che più efficienti. Questo non vuol dire dover essere tutti uguali. Perfino negli Stati Uniti sul piano penale alcuni Stati hanno la pena di morte e altri no. Quindi non si tratta di formare un super Stato – nessuno lo ha mai pensato – ma di mettere in comune delle politiche che sono più efficienti se fatte a livello comunitario. Vi faccio due esempi. Il primo sono le pandemie, non la sanità, e le emergenze. Già Schuman ne aveva parlato in tempi storici, e poi questa necessità fu ripresa nel Trattato Spinelli, che però non passò. L’altro esempio è la questione dell’immigrazione e delle frontiere esterne. Si tratta quindi di mettere in comune alcune, poche politiche, che sono più efficaci a livello europeo che non a livello nazionale, garantendo un potere di controllo del Parlamento europeo.

Quale messaggio vorrebbe lanciare oggi agli italiani sull’Europa?

Di smetterla con il ritornello irritante “l’Europa ci lascia soli”. È sotto gli occhi di tutti che senza l’intervento delle istituzioni europee questo Paese sarebbe già in bancarotta. Ammesso di riuscire a spenderli bene i fondi, l’unica ciambella di salvataggio per l’Italia è l’Unione Europea e le sue istituzioni. Quindi “L’Europa ci lascia soli” non vorrei sentirlo più- Poi credo che sia importante non solo utilizzare al meglio i fondi che ci arriveranno, ma prendere coscienza che serve un cambio di paradigma, cioè non vedere l’Europa genericamente come una comunità – io non sono un’europeista generica, ma una federalista – ma prendere sul serio l’ipotesi di un’Europa federale o meglio federalista, che era stata messa in un cassetto nella speranza che il mercato unico avrebbe automaticamente prodotto una comunità democratica, politicamente parlando. Non si è avverato così. Spero che questa concezione antica ma sempre attuale, visto che nessuno l’ha mai attuata, riprenda priorità e attenzione.