Non è un peccato parlare di immigrazione

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore, non quella di EURACTIV.ITALIA né quella di EURACTIV Media network.

È ora di chiamare in causa i leader politici che strumentalizzano la religione e seminano odio per accaparrarsi un guadagno politico, affermano Roger Casale e Piotr Maciej Kaczyński.

 La decapitazione dell’insegnante di storia Samuel Paty, seguita dall’omicidio di tre fedeli Cristiani nella cattedrale di Notre-Dame a Nizza, è un brutale promemoria della sfida che l’Europa sta affrontando per quanto riguarda religione, razza e identità.

La risposta del presidente francese Emmanuel Macron è stata forte, ponderata e, sì, commovente. Macron ha il supporto di tutti coloro che hanno a cuore i valori della Repubblica francese e il futuro dell’Europa.

Persiste però l’ovvio pericolo che la reazione e la retorica populiste abbiano la meglio nel dibattito pubblico e polarizzino ancor più le nostre comunità. Quando ciò accadrà, saranno i razionalisti in grado di far tacere chi vuole dipingere tutti i mussulmani come potenziali terroristi? E i cattolici, invece, si schiereranno con gli estremisti di destra o difenderanno lo spazio civico e i diritti delle minoranze?

Paradossalmente, tutto ciò accade proprio mentre alcuni leader religiosi tentano di avviare una nuova conversazione sull’immigrazione, basata su comprensione e consenso.

Dopo l’incendio che ha distrutto il campo rifugiati di Moria, il Consiglio ecumenico delle Chiese ha rilasciato una dichiarazione in cui si affermava:

“La solidarietà dovrebbe essere il principio guida nella gestione dell’immigrazione e soprattutto nell’accoglienza dei rifugiati. Ci aspettiamo che l’UE respinga il discorso e le politiche di paura e deterrenza e che opti per una posizione di ideali e politiche compassionevoli, basati sui valori fondamentali su cui l’UE si fonda.”

Come ha spiegato Dounia Bouzar, un’esperta nello studio delle comunità mussulmane in Francia, nel Middle East Eye:

“Ridurre a stereotipo il nemico è caratteristico di tutte le ideologie che portano alla violenza. È uno degli ingredienti del pensiero totalitario, per i jihadisti così come per i fascisti.”

Lo scorso anno, a Malta, un cane salvato dall’esercito ha riscosso più attenzione mediatica di un gruppo di dodici persone annegate nel Mediterraneo. Una nave, autorizzata dal governo, aveva cercato di allontanare i rifugiati dalle acque Maltesi – di per sé un atto illegale.

Nel frattempo, oltre al Mediterraneo, anche il canale della Manica è diventato un cimitero per le famiglie migranti e i loro figli.

Qual è stata la risposta delle istituzioni europee? La Commissione europea ha pubblicato recentemente le proprie proposte per un Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo in Europa.

Un obiettivo primario di questa strategia è quello di rimpatriare i richiedenti asilo rigettati. L’immigrazione è dunque vista ancora come una minaccia, un qualcosa da affrontare principalmente come un problema di sicurezza. Negli Stati Uniti, Trump parla di muri. In Europa, li stiamo di fatto costruendo. In quanto cittadini, dobbiamo chiederci cosa questo dica di noi stessi e dei nostri valori. Dobbiamo chiederci perché i rifugiati sono temuti anziché accolti.

La risposta sta in parte in quello che potremmo definire un “fuoco fatuo” (o ignis fatuus in latino). Confondiamo l’idea dell’immigrazione con la realtà. Tutta una serie di pensieri allarmanti annebbia la mente della gente al sentire la parola “immigrazione”.

In realtà i rifugiati sono persone bisognose e hanno il diritto di cercare rifugio in Europa. I migranti contribuiscono alla cultura e alla società europea, arricchendole e allo stesso tempo facendo crescere il reddito pro capite.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha detto: “Adotteremo un approccio umano e umanitario. Salvare vite in mare non è un’opzione facoltativa.” Nonostante queste parole, il nuovo patto farà ben poco per evitare che i migranti muoiano in mare. La creazione di rotte sicure e legali sarà mai compatibile con il nostro cosiddetto “stile di vita europeo” (SVE)?

I più grandi sostenitori dell’idea che si debba difendere il nostro SVE sono i populisti come Viktor Orban, Matteo Salvini e Jarosław Kaczyński. Questi sostengono di sapere cosa significhi uno SVE e si comportano come se l’avessero fatto proprio. Sembrano credere che l’Europa sia esclusivamente cristiana.

“Noi non vediamo ‘queste persone’ come rifugiati mussulmani. Noi li vediamo come invasori mussulmani,” ha affermato Viktor Orban.

Tuttavia, quando si è venuto a sapere che undici dei dodici migranti morti a largo delle coste maltesi erano cristiani, nessun leader europeo ha protestato. Roger, un migrante ghanese che abbiamo incontrato nel campo di Samo all’inizio di quest’anno, ci ha detto: “Io sono cristiano, lui è mussulmano, di là sono cristiani e qui dietro c’è una famiglia mussulmana. Siamo tutti fratelli qui.” Dovremmo dare ascolto alle parole di Roger, poiché racchiudono una lezione per tutta l’Europa.

I populisti potranno pensare di parlare di religione. In realtà, stanno tentando di strumentalizzare la religione e usarla come arma. Parlano di “cristianesimo”, ma ciò che intendono veramente è razza. Non soltanto vogliono una Fortezza Europa, ma ne vogliono anche una con fondamenta razziste.

O, come ha detto Manuel Delia, un giornalista maltese, “quando i bianchi prendono di mira i migranti e fanno credere al pubblico che rappresentano una minaccia terroristica, abbiamo un problema di razzismo istituzionalizzato.”

Gli attacchi in Francia rafforzeranno quelli che hanno come scopo di far leva sull’intolleranza e la xenofobia. È dunque importante guardare con attenzione a ciò che invece dicono i leader spirituali.

Come ci ha fatto notare l’eurodeputata maltese Roberta Metsola, “quando parliamo di immigrazione, il rischio è che ci dimentichiamo che stiamo parlando di persone.”

Nel suo discorso del 27 settembre 2020, in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato della Chiesa cattolica, Papa Francesco ha parlato di profughi “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire”.

Che noi vediamo o meno “il viso di Gesù” in quello di migranti e rifugiati, dovremmo accogliere con favore una discussione e un dibattito sulle nostre responsabilità in quanto cittadini globali.

Nel suo discorso, Papa Francesco ha stabilito sei punti per avviare una nuova discussione sulla questione dell’immigrazione. Li elenchiamo di seguito, aggiungendo i nostri commenti e le nostre risposte:

1) “Bisogna conoscere per comprendere

I migranti sono persone con storie da raccontare e non solo numeri. Ma anche le statistiche contano. Alla fine del 2019, gli sfollati nel mondo erano 79,5 milioni. Nello stesso anno, 123.920 rifugiati e migranti irregolari sono entrati nell’UE, un mero 0.016% del totale (dati dell’OIM). È questo che intendiamo per “crisi migratoria” in Europa?

2) “È necessario farsi prossimo per servire

Dobbiamo anche riconoscere che i populisti diffondono la falsa notizia che i migranti portano il COVID-19 in Europa col fine di avanzare un programma basato sull’esclusione. Dovremmo invece preoccuparci del fatto che i migranti hanno un accesso limitato alla protezione. E come ci ha detto Bright, un rifugiato di Samos, “Noi rifugiati siamo qui da prima che arrivasse il virus”.

3) “Per riconciliarsi bisogna ascoltare

Dare voce ai migranti è forse l’azione più significativa che possiamo prendere. Come però ci ha chiesto Sonia Nandzik, che gestisce una ONG chiamata ReFocus Media Lab, dove i giovani raccontano le loro storia sul campo rifugiati di Moria, “Perché i media occidentali sono interessati solamente a immagini di disastri? Perché così poche persone ci tengono e vogliono ascoltare?”

4) “Per crescere è necessario condividere

La condivisione è alla base del nuovo patto per l’Europa. Ma l’attenzione è sul condividere “l’onere”. Non è forse ora di porre fine all’idea che i migranti siano un “onere”? Come ha affermato Pietro Bartolo, un medico italiano di Lampedusa divenuto eurodeputato, “Loro (i migranti) rappresentano un’opportunità, una ricchezza dal punto di vista demografico e culturale”.

5) “Bisogna coinvolgere per promuovere

Un approccio dall’alto verso il basso non dovrebbe essere la via principale per ideare le politiche. Avremmo delle politiche di gran lunga migliori se ascoltassimo le voci e le esperienze dei rifugiati.

6) “È necessario collaborare per costruire

Queste parole invitano a ideare una nuova comunità globale e approcci innovativi all’immigrazione. Gli europei non possono sviluppare queste politiche da soli. Hanno bisogno di partner per un dialogo globale.

Noi siamo difensori dei diritti umani che vogliono che i rifugiati possano giungere in Europa per diritto e non per grazia di Dio.

Tuttavia, la posizione di Papa Francesco è importante, poiché abbiamo bisogno di riformulare la conversazione nella società civile su chi siamo, come vogliamo vivere insieme in Europa e chi appartiene a questo posto.

Il nuovo patto europeo per la migrazione, come ha fatto notare l’eurodeputata Roberta Metsola, “è un buon punto di partenza per avviare quella conversazione”, ma il risultato di quella conversazione deve essere proprio quello di migliorarla.

Dobbiamo creare un consenso su rotte sicure e legali per i rifugiati, basate sui diritti umani e non sulla grazia di Dio, e accogliere le opportunità offerte dall’immigrazione.

Dobbiamo anche fare la nostra parte nel trasformare il sistema internazionale con lo scopo di salvare vite umane – politiche funzionanti per liberare parti del mondo dalla persecuzione e dalla violenza.

Non dobbiamo iniziare a costruire muri sempre più alti e impenetrabili. Senza un’azione più decisa, il mondo barcollerà tra una “crisi” e l’altra.

È un fatto positivo che Ursula von der Leyen, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, abbia promesso una riforma dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) e dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) guidata dall’UE.

Un dialogo globale sarà però ostacolato senza la partecipazione degli USA, uno stato che si è ritirato dall’UNESCO e dal WHO e che ha paralizzato la WTO.

Joe Biden, lui stesso un cattolico, darebbe una nuova spinta agli sforzi globali per far fronte alle nostre sfide, inclusa quella della migrazione, con un approccio più equo e coordinato. C’è da augurarsi che i cattolici moderati avranno il buon senso di sostenerlo in questa elezione.

Donald Trump afferma di essere religioso e non razzista. Non c’è bisogno di essere un credente per capire che si tratta del contrario.

I leader populisti in Europa e in America che rivendicano affiliazioni religiose stanno polarizzando cinicamente le comunità per il proprio guadagno politico. I cattolici moderati possono e dovrebbero chiamarli in causa!

Questo articolo è supportato dal programma pilota Stars4Media.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Voxeurop.