Moria 2.0: il campo profughi dove l’Ue prova nuove tecnologie di sorveglianza

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Il campo profughi di Moria, sull'isola di Lesbo, in Grecia. [shutterstock_1098433145]

I tre campi di Lesbo, Old Moria e Moria 2.0 raccontano tutti la storia dell’ecosistema su più livelli che dà origine al fascino per le soluzioni rapide, facilitate dalla tecnologia. Eppure la complessità dei movimenti umani è tutt’altro che semplice, scrive Petra Molnar.

Petra Molnar è un avvocato che lavora con le ong Migration and Technology Monitor e Refugee Law Lab.

L’isola greca di Lesbo è un luogo complesso. Il mais selvatico cresce su strade polverose e gli uliveti sono profumati dai rami in fiamme, mentre gli agricoltori si preparano per la stagione della crescita. Sfortunatamente, questo odore ricorda anche il tragico incendio nel campo profughi di Moria dello scorso settembre, quando migliaia di persone sono state sfollate e frettolosamente ammassate in un nuovo campo – noto come Moria 2.0 –  sulla penisola battuta dal vento di Kara Tepe.

La crisi umanitaria in corso è il teatro di vari esperimenti di gestione della migrazione sostenuti e attivamente incoraggiati dall’UE, codificati nel suo Patto sulla migrazione  (Migration Pact) e riconfermati nella conferenza stampa di questa settimana con la commissaria europea Ylva Johansson dell’UE e il ministro greco dell’immigrazione, Notis Mitarachi.

Ho partecipato alla conferenza stampa e, mentre la commissaria e il ministro hanno parlato dell’importanza dei diritti umani e della dignità per tutti, la conferenza è stata piena di messaggi espliciti sulla ‘gestione’ delle migrazioni, su un processo di deportazione ‘europeizzato’, sulla protezione dei confini, e sul rafforzamento del lavoro di Frontex e della guardia costiera ellenica.

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Forse la cosa più preoccupante è che i respingimenti illegali nell’Egeo sono stati ampiamente segnalati. Venerdì 26 marzo, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha rilasciato una forte dichiarazione chiedendo un’indagine completa sulla pratica. Tuttavia, sia Johansson che Mitarachi si sono rifiutati di riconoscere che i respingimenti stanno continuando. Al contrario, la conversazione si è nuovamente rivolta al troppo abusato tema del traffico di esseri umani e alla necessità di rafforzare i confini dell’UE a tutti i costi.

Tra i modi che l’UE sta esplorando per rafforzare sempre di più la sua macchina di gestione dell’immigrazione ci sono i numerosi esperimenti tecnologici.

Al Migration and Technology Monitor e al Refugee Law Lab, abbiamo monitorato gli impatti di diverse tecnologie automatizzate e di sorveglianza usate sui confini e attorno ai confini, ed è sempre più chiaro che le frontiere dell’Europa sono un ‘parco giochi’ (sandbox) perfetto per testare droni senza pilota, sensori biometrici e processi decisionali automatizzato, come mostra il nostro rapporto di novembre 2020.

Il 26 marzo Frontex ha diffuso un comunicato stampa in cui afferma con orgoglio di aver commissionato un rapporto completo a Rand Corporation sui vari usi dell’Intelligenza Artificiale nelle operazioni di frontiera, tra cui: “controllo automatizzato dei confini, riconoscimento di oggetti per rilevare veicoli o merci sospette, e l’uso dell’analisi di dati geospaziali per la ricognizione operativa (operational aawareness) e il rilevamento delle minacce”.

In Grecia, è stato segnalato che i 5 centri di accoglienza e identificazione multifunzionali (MPRIC) previsti a Lesbo, Samo, Chios, Leros e Kos includono “sorveglianza video con algoritmi di analisi del movimento che monitorano il comportamento e il movimento dei residenti del centro”.

La commissaria Johansson è stata irremovibile sul fatto che questi 5 nuovi campi non saranno “chiusi”, ma queste sono solo parole. La conferenza stampa ha confermato che i campi, almeno a Lesbo e Samos, avranno punti di ingresso e di uscita controllati e varie funzioni di sorveglianza.

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Inoltre, il sito proposto per il campo di Lesbo è geograficamente segregato lontano dalla città di Mitilene, così come dai negozi di alimentari e di generi di prima necessità. Come faccio a saperlo? Perché abbiamo guidato in direzione ​​del nuovo sito per quasi due ore ed era praticamente impossibile raggiungerlo o persino confermarne la posizione esatta.

Chiaramente, a Lesbo la situazione è molto complicata e tesa. La visita della commissaria è stata preceduta da una protesta della comunità locale che chiedeva all’Unione europea di chiudere i campi cantando slogan militari. Proteste più piccole ma non dissimili da quelle precedenti e dalle violenze dell’estrema destra. Tuttavia, “la primavera è il periodo migliore per prepararsi all’inverno“, aveva scritto Johansson prima della sua visita a Lesbo e Samos.

È difficile esprimere a parole com’è ora la situazione nel campo di Moria 2.0. Il campo è altamente sorvegliato, con una forte presenza di polizia durante la nostra visita, con acqua stagnante e sporca, immondizia traboccante, filo spinato e recinzioni sul terreno dove giocano i bambini.

Siamo stati rapidamente scortati fuori dalla polizia mentre le persone hanno iniziato a esprimere il loro dolore e la loro frustrazione, gridando per chiedere la propria liberazione e la sicurezza per i loro bambini mentre le porte di metallo si chiudevano sbattendo sulla folla. È difficile sostenere che la risposta stia nell’aumento della securizzazione e della sorveglianza e negli esperimenti tecnologici.

I tre campi di Lesbo, Old Moria, Moria 2.0 e il nuovo campo previsto raccontano tutti una storia dell’ecosistema su più livelli che dà origine al fascino per le soluzioni rapide, facilitate dalla tecnologia. Eppure la complessità dei movimenti umani sono tutt’altro che semplici.

Come la commissaria Johansson, anche io sono un’outsider a Lesbo, un osservatrice della situazione. Tuttavia, se l’UE fosse davvero impegnata a comprendere la situazione, avrebbe dato priorità alle esperienze vissute dalle persone nelle condizioni disumane del campo, e non sarebbe stata distratta dallo stravagante nuovo campo da basket allestito pochi giorni fa o da un viaggio in elicottero su un altro sperduto campo profughi.

Molte delle persone nel campo di Kara Tepe hanno espresso preoccupazioni simili. Shukran, un artista afghano che da due anni a Lesbo, ha dipinto un ritratto di Johansson e del primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. “Volevamo dare questi dipinti alla commissaria, ma purtroppo non abbiamo potuto incontrarla qui oggi. Abbiamo urgente bisogno di partire, è passato troppo tempo”. Per ora, la galleria di Shukran rimane la sua tenda.

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