Tunisia, crisi economica e lo spettro dell’instabilità sociale e politica

Un barcone di migranti proveniente dalla Tunisia in arrivo verso la costa di Pozzallo, Sicilia. [EPA-EFE/JOSE SENA GOULAO]

Nel 2020, secondo i dati del ministero dell’Interno aggiornati al 3 agosto, sono arrivati sulle coste siciliane 5806 cittadini tunisini. Rispetto allo stesso periodo del 2019 gli arrivi in Italia dalla rotta del Mediterraneo centrale sono in netto aumento.

In seguito al susseguirsi degli sbarchi a Lampedusa, che hanno mandato in crisi gli hotspot e il sistema di prima accoglienza dell’isola, la ministra degli Interni Luciana Lamorgese ha raggiunto Tunisi, per discutere con il governo tunisino una rapida risoluzione della “crisi”. Anche il ministro degli Esteri Di Maio ha sollecitato il governo di Tunisi a “bloccare le partenze”, minacciando il blocco degli aiuti stanziati per la Tunisia dalla cooperazione italiana, e l’Unione europea a “dare una risposta rapida a questa crisi, “soprattutto in una fase in cui c’è un rischio sanitario altissimo con la pandemia”, ha detto Di Maio. La Tunisia è tuttavia tra i paesi “zona verde”, cioè con un basso rischio sanitario. I collegamenti ordinari tra l’Ue e il paese non hanno subito restrizioni.

Il piano della Farnesina per rispondere all’aumento degli arrivi dal Mediterraneo centrale prevede l’aumento dei rimpatri e la gestione europea condivisa dei fenomeni migratori. “Ci aspettiamo che la redistribuzione dei migranti riparta subito. Ci aspettiamo che Bruxelles rispetti i patti, così come l’Italia continua a rispettare e ad onorare gli impegni presi”, ha affermato il ministro degli Esteri. La risposta di Bruxelles è arrivata da Oliver Varhelyi: “L’Unione europea supporterà l’Italia e si ispirerà alla sua lista dei paesi sicuri. Gli arrivi illegali devono finire noi contiamo sulla cooperazione con le autorità tunisine, compresi i rimpatri”, ha affermato il commissario europeo all’allargamento e alla politica di vicinato. Nessun riferimento, per il momento, alla riforma del sistema di asilo o alla redistribuzione sistematica dei migranti.

La Tunisia è la nuova frontiera della crisi migratoria?

Secondo i dati Easo, l’agenzia Ue per il supporto in materia di asilo, nel 2011 9420 cittadini tunisini hanno richiesto la protezione internazionale nei paesi dell’Unione europea. Nel 2010 le richieste erano state 935. Tra il 17 dicembre 2010 e gennaio 2011 c’è stata la rivoluzione dei Gelsomini, l’insieme delle proteste contro povertà e disoccupazione che hanno portato alla fine del regime quarantennale di Ben Ali e all’inizio del processo democratico. Le richieste di asilo sono poi diminuite progressivamente toccando i valori minimi nel 2015 (2635) e nel 2017 (2365). Il trend ha poi ripreso a crescere fino ad arrivare alle 4155 richieste nel 2019.

In base a questi dati, che non comprendono i visti, i permessi di soggiorno né l’immigrazione che sfugge al sistema di asilo, non si può affermare che le partenze dalla Tunisia abbiano assunto i contorni dell’esodo o di nuova crisi migratoria. Nel periodo 2010-2019 le richieste di asilo dalla Tunisia sono state 37990. Queste richieste di protezione internazionale sono relativamente basse se paragonate anche a paesi come la Serbia: nello stesso sono state 174295 le domande d’asilo presentate dai cittadini serbi nei paesi Ue.

“Non tutti i tunisini hanno la volontà di lasciare la Tunisia. Ho alcuni amici che non vogliono partire per l’Europa a tutti i costi. Il problema si è creato per alcune fasce di persone che vogliono venire in Italia e non riescono ad ottenere il visto”, spiega Giorgio Bianco, avvocato e partner dello studio internazionale Giambrone, che ha sede anche a Tunisi. “Le vie battute sono sempre le stesse. Normalmente chi vuole partire ci prova con il visto turistico ma deve assicurare di avere uno stipendio fino a tre anni. Molto spesso vengono rifiutati”. In assenza di visti le alternative sono due: “Si può partire in clandestinità con approdo a Lampedusa o Pantelleria. Questa soluzione ha un costo elevato ma non come chi parte dall’Africa sub sahariana. La seconda soluzione è sposarsi. Si tratta di matrimoni di interesse, che finiscono dopo due o tre anni”, spiega l’avvocato, che vive a Tunisi dal 2012 e si occupa di investimenti, commercio internazionale ma anche di immigrazione

L’aumento delle partenze verso l’Europa risponde a una crisi economica peggiorata dal coronavirus. “Nel 2012 c erano tantissime aziende che mi contattavano per aprire filiali in Tunisia ora mi contattano per liquidare le società. Il coronavirus ha provocato un impoverimento ulteriore del paese”, spiega Bianco. Questo dato riguarda soprattutto le aziende straniere, la più importanti risorse economiche del paese: “Il governo tunisino ha bloccato i licenziamenti e ha obbligato le imprese a pagare i lavoratori. Le imprese non hanno entrate e non possono licenziare. Quando le imprese potranno farlo saranno obbligate a licenziare in massa perché avranno accumulato più debiti”.

La rivoluzione ha portato più libertà civili e progressi nelle politiche di genere, ma non ha portato un cambiamento economico. Dal 2014 la Tunisia ha una nuova Costituzione, parzialmente inattuata perché ancora oggi il Parlamento non è riuscito a votare per nominare i membri della Corte costituzionale. L”instabilità delle coalizioni ha portato all’impossibilità di formare un governo duraturo dopo le elezioni legislative di novembre 2019. Il 15 luglio si è dimesso il primo ministro Elyes Fakhfakh, in seguito alla pubblicazione di documenti che rivelerebbero l’implicazione di sue società nella vincita di appalti pubblici per 15 milioni di dollari.

Nel paese continuano ad aumentare le proteste sociali. Secondo il Forum per i diritti economici e sociali (Ftdes) “Le manifestazioni e i movimenti sociali nel mese di giugno sono stati 934. Si tratta del livello di disordine sociale più elevato degli ultimi tre anni, e questo nonostante la situazione eccezionale dovuta al coronavirus”. Nel rapporto sui movimenti sociali, i suicidi e la violenza, l’Ong denuncia situazioni di disordini e proteste che riguardano la mancanza di acqua potabile, l’aumento della criminalità e la disoccupazione crescente. Il ministero per lo sviluppo e la cooperazione internazionale aveva annunciato a giugno che “il tasso di disoccupazione in Tunisia dovrebbe raggiungere il 21,6 %, paragonato al 15% pre crisi coronavirus”. Sono previsti 274000 disoccupati in arrivo sul mercato locale, una contrazione del Pil del 4,4% e una riduzione degli investimenti esteri pari al 4,8%.