Rimpatri e difesa dei confini: grande assente al meeting di Tunisi è la politica europea sulle migrazioni

Nel 2020 sono arrivati circa 15 mila cittadini tunisini nei porti siciliani, il 42% degli arrivi totali. Dal 10 agosto l’Italia ha ripreso a rimpatriare i cittadini tunisini irregolari, d’accordo con la Tunisia. [EPA/CIRO FUSCO]

11 milioni di euro per il controllo dei confini, ripresa dei rimpatri in Tunisia dall’Italia. Il meeting di Tunisi che ha visto impegnati Luciana Lamorgese, Luigi di Maio, il presidente tunisino Kais Saied e due commissari europei ha ribadito la linea italiana, concretizzando nuovi aiuti al governo di Tunisi in difficoltà. Solo la presenza dei commissari alle Relazioni con i paesi terzi e l’allargamento Olivér Várhelyi e per gli Affari interni Ylva Johansson segna una novità, che lascia intendere la determinazione del governo italiano di riportare la questione migratoria al tavolo di Bruxelles. Ma la Commissione non ha ancora presentato un piano per il Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo.

“La questione degli sbarchi va affrontata a livello europeo”, ha detto la ministra Lamorgese, “per contrastare il traffico di migranti serve uno sforzo in più perché la pressione esercitata sul nostro Paese, in particolare sull’isola di Lampedusa e sulla Sicilia, crea una situazione di seria difficoltà aggravata dall’emergenza sanitaria Covid 19”. Nel 2020 sono arrivati circa 15 mila cittadini tunisini nei porti siciliani, il 42% degli arrivi totali. Dal 10 agosto l’Italia ha ripreso a rimpatriare i cittadini tunisini irregolari, d’accordo con la Tunisia. I voli saranno bisettimanali e porteranno circa 80 persone a settimana verso il paese di origine. Da giugno ad agosto, fa sapere il Viminale, sono stati rimpatriate 266 persone, 116 verso la Tunisia e 103 verso l’Albania.

Il ministro degli Esteri Di Maio ha sottolineato che “l’Italia considera la Tunisia un paese sicuro. Chi arriva dalla Tunisia verrà rimpatriato. Non si tratta di persone che scappano da guerre o persecuzioni”. I paesi sicuri sono quei paesi terzi dove secondo l’Unione europea e gli Stati membri non esistono ragioni di persecuzione tali da giustificare il riconoscimento dello status di rifugiato. La lista dei paesi sicuri è stata spesso contestata dalla società civile perché trascura potenziali ragioni di persecuzione e implica il rimpatrio quasi automatico. La lista dell’Unione europea non comprende la Tunisia. In Italia, il decreto sicurezza del 2018 è intervenuto in materia e ha stilato una lista, in cui compare la Tunisia, di paesi di origine per cui è più facile che la domanda di asilo venga respinta, a meno che il richiedente non dimostri che il rimpatrio lo metta in pericolo.

“Siamo impegnati nella cooperazione con la Tunisia per promuovere la migrazione regolare, percorsi legali verso l’Europa e lavoriamo insieme sui rimpatri. I partenariati strategici con i paesi terzi saranno una parte fondamentale del Nuovo patto sulle migrazioni e l’asilo”, ha detto la commissaria Johansson. Ma la Commissione europea non ha ancora presentato il nuovo piano per la migrazione. Il progetto di legge passerà dalla Commissione al tavolo del Consiglio europeo per essere discusso dai 27 ministri competenti degli Stati membri.

Il contributo della Commissione per la cooperazione euro-tunisina per il periodo 2017-2020 è stato di 300 milioni di euro, “ma siamo a fianco del paese anche nella lotta al coronavirus con fondi aggiuntivi”, ha detto Várhelyi. A partire dal 2011, anno della Rivoluzione che ha portato la Tunisia alla transizione democratica con la caduta del dittatore Ben Ali, l’Unione europea ha investito 3 miliardi di euro del fondo ENI (European neighbourhood instrument) per sostenere i cambiamenti istituzionali, l’occupazione e la crescita economica del paese. Ma la crisi economica tunisina si trascina da anni a causa della contrazione degli investimenti esteri, normalmente attratti dal minor costo del lavoro, della situazione di instabilità politica del paese e dagli attentati, che hanno scoraggiato il turismo occidentale. La situazione è solo peggiorata dalla pandemia e dalla chiusura dei confini e delle attività. I dati dell’Istituto nazionale di statistica parlano chiaro: nel primo trimestre del 2020 la disoccupazione ha raggiunto il 15,1% e ha ripreso a crescere per la prima volta dopo un anno e mezzo.  Secondo le previsioni del ministero dello Sviluppo questa percentuale è destinata a salire al 21,6%.