Patto Ue sui migranti: i ricollocamenti non saranno obbligatori. Previsti “rimpatri sponsorizzati”

Bruxelles propone quindi un sistema flessibile, nell'ambito del quale gli Stati membri potranno scegliere se contribuire ai ricollocamenti o "sponsorizzare i rimpatri". [EPA-EFE/VANGELIS PAPANTONIS]

La proposta della Commissione prevede controlli e decisioni più rapide alle frontiere e partenariati rafforzati con i Paesi terzi.

Il nuovo attesissimo Patto sull’immigrazione, presentato mercoledì 23 settembre dalla commissaria Ue agli Affari interni Ylva Johansson e dal vicepresidente Margaritis Schinas,  non prevede ricollocamenti obbligatori, come invece era stato auspicato dal governo italiano. La solidarietà sarà sì obbligatoria, ma flessibile. I contributi “possono andare dal trasferimento dei richiedenti asilo dal paese di primo ingresso fino all’assunzione della responsabilità del rimpatrio di persone senza diritto di soggiorno o a varie forme di sostegno operativo”, spiega la Commissione.

Più controlli alle frontiere

L’esecutivo Ue propone di introdurre innanzitutto “una procedura di frontiera integrata”, che “per la prima volta comprende uno screening pre-ingresso che copra l’identificazione di tutte le persone che attraversano le frontiere esterne dell’Ue senza autorizzazione o che sono state sbarcate dopo un’operazione di ricerca e salvataggio”. Dopo lo screening, i migranti “potranno essere indirizzati nella giusta procedura, sia alla frontiera per determinate categorie”, sia “nell’ambito di una normale procedura di asilo” per coloro che chiedono lo status di rifugiato. Il processo di screening durerà massimo 5 giorni, ha chiarito Johansson.

Il nuovo meccanismo di solidarietà

“Tutti i Paesi devono poter ottenere la solidarietà sotto specifiche condizioni”, ha proseguito la commissaria. Bruxelles propone quindi un sistema flessibile, nell’ambito del quale gli Stati membri potranno scegliere se contribuire ai ricollocamenti o “sponsorizzare i rimpatri”. Se i Paesi non riescono a provvedere ai rimpatri dopo 8 mesi sono costretti ad accogliere i migranti non rimpatriati. Inoltre, assicura la Commissione “nei momenti di pressione sui singoli Stati membri saranno richiesti contributi più rigorosi, sulla base di una rete di sicurezza”.

“Questa serie di proposte definirà procedure di frontiera chiare, eque e più rapide, in modo che le persone non debbano rimanere nel limbo. Ciò significa una cooperazione rafforzata con i paesi terzi per garantire rimpatri rapidi, più percorsi legali e azioni forti per combattere i trafficanti di esseri umani. Tutto questo fondamentalmente tutela il diritto di chiedere asilo”, ha sottolineato Johansson.

Cooperazione con i Paesi terzi

Per contrastare il traffico dei migranti e creare nuovi percorsi regolari di ingresso, l’Unione europea e suoi Stati membri rafforzeranno la cooperazione con i Paesi terzi. Frontex diventerà il braccio operativo della gestione delle frontiere. “La gestione delle frontiere esterne sarà migliorata – si legge in una nota della Commissione – Il corpo permanente della guardia di frontiera e costiera europea, il cui impiego è previsto a partire dal 1º gennaio 2021, fornirà un maggiore sostegno ovunque necessario”.

Il sistema di Dublino viene superato davvero?

Il regolamento di Dublino ad oggi fa ricadere tutta la responsabilità della gestione del migrante entrato nell’Ue sul Paese di primo ingresso. Il nuovo sistema invece mira ad alleggerire la responsabilità degli Stati in prima linea. Ad esempio “se il migrante ha già un parente nell’Ue, il Paese in cui risiede il congiunto sarà responsabile anche per il nuovo arrivato. Se il migrante in precedenza ha lavorato o studiato in uno Stato diverso dal primo ingresso, quel Paese sarà responsabile”, ha spiegato Johansson. I critici hanno sottolineato che più che una vera cancellazione di Dublino, quella proposta da Bruxelles è una “correzione”.

Il piano della Commissione ora dovrà essere approvato dagli Stati membri. Le resistenze sono molto forti, soprattutto da parte dei 4 di Visegrad e dell’Austria che hanno sempre rifiutato il sistema delle redistribuzioni. Il negoziato si preannuncia complesso, molto più di quello per il Recovery Fund. Proprio per questo, ha ricordato Schinas, l’esecutivo Ue ha cercato un compromesso tra le diverse sensibilità dei 27 Stati membri.