Parlamento europeo, inizia l’iter per modificare il Regolamento di Dublino

La foto postata sui suoi canali social dall'On. Pietro Bartolo.

A settembre 2020, la Commissione Europea ha presentato una proposta per un nuovo Patto su asilo e migrazione, per sostituire il Regolamento Dublino del 2013. In seno alla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo sono partiti i lavori per modificare Dublino.

Perché modificare Dublino?

Il Regolamento di Dublino stabilisce che rispetto all’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide la responsabilità sia dello Stato in cui il richiedente asilo ha messo piede. È il criterio  del “primo ingresso” per cui le domande vengono prese in carico, e sappiamo che i tempi sono molto lunghi, dal paese nel quale il migrante è arrivato. Evidentemente questo meccanismo ha un impatto molto iniquo tra i diversi Paesi, perché i migranti accedono all’UE dai Paesi di confine. Le vie d’accesso per raggiungere l’Europa sono essenzialmente due: la rotta del Mediterraneo via mare e la rotta balcanica via terra. I migranti che arrivano dall’Africa tentato di raggiungere l’Europa da una delle sue tre porte d’accesso via mare: le CanarieLampedusa e Lesbo. Coloro che invece tentano la rotta balcanica in genere scappano dal Medio Oriente, dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan.

Ma perché è stata stabilita la regola del primo ingresso? Essenzialmente le ragioni erano quella di impedire che i richiedenti asilo potessero presentare domande di asilo in più Stati membri allo stesso tempo e quella di impedire che un migrante venisse “spostato” da Stato a Stato, ritardando l’avvio della procedura. In realtà il sistema di Dublino si è mostrato inadeguato con il progressivo aumentare dei flussi migratori, sia dal punto di vista della pressione imposta ai Paesi che si trovano ai confini esterni dell’UE, sia soprattutto dal punto di vista dei rispetto dei diritti fondamentali dei migranti: “in alcuni casi, le loro richieste non vengono mai ascoltate. Il mancato rispetto dei diritti delle persone trasferite ai sensi del Regolamento è stato così grave che sia l’UNHCR che l’ECRE hanno fatto appello ai governi affinché impediscano il rimpatrio dei richiedenti asilo in alcuni Paesi”, leggiamo sul sito dell’UNHCR.

Il nuovo Patto proposto dalla Commissione

“L’attuale sistema non funziona più”, ha detto la stessa Presidente Von der Leyen nel corso di una conferenza interparlamentare su migrazione e asilo, organizzata a novembre dal Parlamento europeo e dal Bundestag tedesco, sottolineando la preoccupazione di quei Paesi che stanno alle frontiere esterne dell’Ue (Italia, Grecia e Spagna su tutti).
La proposta presentata il 23 settembre 2020 dalla Commissione prevede modifiche e integrazioni al regolamento, soprattutto in materia di solidarietà e condivisione della responsabilità per i richiedenti asilo tra gli Stati membri, ma non impone le quote obbligatorie richieste da alcuni dei 27 Paesi membri, tra cui l’Italia.
Tra l’altro, anche l’articolo 80 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) impone che le politiche dell’UE in materia di asilo, migrazione e gestione delle frontiere siano basate su un’equa ripartizione delle responsabilità.

Un altro problema è il fatto che il nuovo Patto non prevede alcun vincolo legale per gli Stati membri dell’Ue in merito all’attuazione di politiche di integrazione; anche se la Commissione mette a disposizione finanziamenti europei, la maggior parte dei settori coinvolti – istruzione, sanità, occupazione, alloggi – sono di competenza dei governi nazionali e questo significa che ciascuno Stato membro può decidere liberamente se seguire le linee guida della Commissione o non farlo.
La logica di fondo “è ancora una volta quella di distribuire tra gli Stati membri i “costi” – dell’accoglienza e addirittura dei rimpatri –, non di condividere le responsabilità nel governare una questione epocale”, aveva spiegato Laura Zanfrini a EURACTIV Italia.

I prossimi passi

Il tentativo più concreto di riformare il regolamento di Dublino era iniziato nel 2015 al Parlamento Europeo e si era concluso con l’approvazione da parte di una maggioranza trasversale, che andava dal centrodestra alla sinistra radicale, una proposta che prevedeva di eliminare il criterio del “primo ingresso” e sostituirlo con un meccanismo obbligatorio di ripartizione dei richiedenti asilo fra i 27 Stati dell’Unione. A quel tempo il dossier era stato seguito da Elly Schlein, l’attuale vicepresidente della regione Emilia-Romagna, che in qualità di relatore ombra aveva negoziato la riforma di Dublino approvata dal Parlamento. Ma che fine ha fatto quella proposta? Si è arenata nella infinite discussioni del Consiglio Ue, tra le infinite diverse posizioni dei vari Paesi membri.

Dopo la proposta della Commissione di settembre è partita ufficialmente una nuova occasione. In base alla procedura legislativa ordinaria, la palla ora è passata al Parlamento europeo e al Consiglio (formato dai governi dei 27 Stati membri).
In seno alla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo sono partiti i lavori. Il relatore designato è lo svedese Tomas Tobé, del gruppo PPE (di centro destra) e il relatori ombra degli altri partiti sono Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa, per il gruppo S&D (centro sinistra), il francese Damien Careme per il gruppo dei Verdi e la tedesca Cornelia Ernst per il GUE (la sinistra). Il compito del relatore (rapporteur) è quello di preparare un testo che dovrà essere sottoposto al voto all’interno della commissione e successivamente in sessione plenaria. Il relatore ufficiale, in questo caso Tobé, lavora fianco a fianco con i relatori ombra, che vengono designati dagli altri gruppi politici e che svolgono un ruolo di vitale importanza nella ricerca di un compromesso politico sul testo.
Il grande problema, poi, è trovare un compromesso con gli Stati membri.