Naufragio nel canale di Sicilia, sono le navi commerciali (e non le autorità) a tentare il soccorso

La nave di ricerca e salvataggio Ocean Viking nei pressi del porto di Pozzallo, Italia, 30 ottobre 2019. EPA-EFE/FRANCESCO RUTA

Secondo quanto riferito dall’equipaggio della Ocean Viking, a bordo del gommone c’erano 130 persone. Sono morte tutte. Una nuova politica europea è sempre più urgente anche secondo il Presidente del Parlamento europeo Sassoli: “le politiche nazionali non sono in grado di gestire con umanità” la questione.

Il bilancio dell’ultimo naufragio nel Canale di Sicilia è pesantissimo: nessun superstite. Una storia che si ripete continuamente. Ma in questo caso c’è un elemento nuovo che dovrebbe fare riflettere: se la guardia costiera libica, quella italiana, quella maltese e Frontex non si attivano per organizzare i soccorsi, in quel tratto di mare sono tre navi commerciali a condurre le ricerche insieme alla Ocean Viking di Sos Mediterranee. Anche se non riusciranno a trovarli in tempo.

L’esperienza più famosa del soccorso da parte delle imbarcazioni private per salvare degli esseri umani è una pagina molto famosa della storia della seconda guerra mondiale, che non a caso ha dato vita a molte rivisitazioni cinematografiche: l’operazione Dynamo, con la quale vennero imbarcati circa 338.000 soldati inglesi e francesi sulle coste di Dunkerque e portati in salvo dall’altra parte della Manica, non solo da cacciatorpedinieri, che sarebbero stati troppo pochi, ma anche da centinaia di imbarcazioni private, commerciali o turistiche. Solo che quella volta la chiamata era arrivata da Sir Winston Churchill.

In questo caso, invece, le tre navi commerciali che si sono aggiunte alla Ocean Viking di Sos Mediterranee per cercare di salvare centoventi persone che avevano lanciato l’allarme, non sono state chiamate dalla guardia costiera, o dalla marina, e l’unica autorità a cui hanno risposto era quella autorità morale che impone a chi naviga l’obbligo, prima morale che giuridico, di soccorrere i naufraghi e le imbarcazioni in difficoltà.
Non è un caso che i pescatori di Lampedusa quando si accorgono di una situazione di emergenza nei pressi delle coste partono per prestare soccorso. E intervistati dai giornalisti non vogliono plausi perché dicono di aver semplicemente rispettato la legge del mare.

Al largo di Tripoli l’imbarcazione in difficoltà, con centotrenta persone a bordo, non è stata avvistata in tempo e quando è stata rintracciata era oramai troppo tardi.
Un breve video di Sos Mediterranee diffuso sui social mostra le ricerche andate avanti giorno e notte, senza supporto da parte delle autorità (libiche, italiane, maltesi o quelle di Frontex). “Il nostro equipaggio, assieme ad altre 3 navi mercantili, ne sta ancora cercando una. Senza alcun coordinamento da parte delle autorità marittime. Le condizioni del mare stanno peggiorando”, twitta la Ong.

Il giornale Avvenire riporta che la guardia costiera libica non ha inviato nessuna delle motovedette di cui dispone a pattugliare l’area ma segnala addirittura che nei cieli di quel tratto di mare ci sarebbero stati dei veicoli di Frontex che non avrebbero però fatto nulla.
Flavio Di Giacomo, portavoce per il Mediterraneo dell’Organizzaione per le migrazioni dell’Onu (Oim) ha spiegato che: “Con un sistema di pattugliamento in mare chiaramente insufficiente Ocean Viking e 3 mercantili erano da soli nelle operazioni di ricerca e soccorso. Una situazione inaccettabile”.
Le richieste di sos erano arrivate via radio e tramite il servizio Alarm Phone, ma non hanno avuto seguito da parte delle autorità. Prima la guardia costiera libica non si è mossa e poi ha fatto sapere che non sarebbe uscita in mare a causa delle condizioni meteo. Nessuno a quel punto ha fatto niente. Compresi gli uomini di Frontex allertati dell’emergenza da Alarm Phone.

“Un’altra strage nel #Mediterraneo. Il risultato di anni di rimozione collettiva”, scrive su twitter l’eurodeputato Francesco Majorino.
A fine gennaio gli eurodeputati della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) hanno deciso di istituire il Frontex Scrutiny Working Group, un “gruppo di lavoro” che si occupi di verificare l’operato di Frontex e di esaminare le accuse relative al ruolo dell’agenzia di sicurezza delle frontiere dell’UE nei “respingimenti” illegali di rifugiati soprattutto nelle acque tra Grecia e Turchia. L’appello inascoltato di Alarm Phone getta ulteriori ombre sull’operato dell’agenzia e offre nuovi spunti su cui indagare per il Frontex Scrutiny Group, che si è riunito proprio oggi

Una politica europea dell’immigrazione sembra sempre più urgente. Lo dice anche il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli: “È oramai chiaro che le politiche nazionali non sono in grado di gestire con umanità ed efficacia i movimenti di migranti e richiedenti asilo. È su queste omissioni che si misurano le responsabilità delle morti in mare”. La sua richiesta è netta: “I governi nazionali diano poteri e mandato all’Unione europea per intervenire, salvare vite, realizzare corridoi umanitari e organizzare un’accoglienza obbligatoria”.