Migranti, nuove partenze e nuove tragedie: serve una risposta europea

epa07449076 49 migrants on board of the Italian-flagged NGO rescue ship Mare Ionio prior to disembark on the orders of Guardia di Finanza tax police at Lampedusa's port, Italy, 19 March 2019. EPA-EFE/ELIO DESIDERIO

Le navi delle Ong sono tornate nel Mediterraneo dopo una pausa di due mesi nelle operazioni di salvataggio dei migranti, mentre si attende una nuova ondata di arrivi.

L’Ong italiana Mediterranea ha dichiarato lo scorso 9 giugno che la propria imbarcazione, Mare Jonio, ha lasciato il porto di Trapani per ricominciare a pattugliare il Mediterraneo centrale dando così il via alla sua ottava missione.

Si unisce così alla Sea Watch 3, gestita dalla tedesca Sea Watch, salpata l’8 giugno da Messina. “Mediterranea è finalmente tornata in mare per monitorare e denunciare le violazioni dei diritti umani che si verificano costantemente nel Mediterraneo centrale”, ha twittato mercoledì l’Ong. “La Mare Jonio torna al suo posto, dove c’è bisogno di aiuto e di umanità”.

La nave torna così in mare per la prima volta dopo aver interrotto le operazioni di salvataggio a causa della crisi del coronavirus, lo scorso 20 marzo.

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In aprile l’Italia, insieme a Malta, aveva chiuso i suoi porti per frenare la diffusione del Covid-19. In quella occasione le Ong impegnate nel soccorso navale avevano accusato Roma e La Valletta di aver usato la crisi come scusa per non accogliere più i migranti. Il problema va tuttavia ricercato altrove, dato che gli altri Stati membri dell’Ue si sono rifiutati di accogliere parte dei migranti approdati sulle coste italiane e maltesi.

Nuove partenze dalla Libia

Secondo quanto riportato dal  Corriere della Sera, citando fonti di intelligence, 20.000 persone sarebbero pronte a partire dalla Libia e a rischiare il viaggio verso le coste europee. L’Agenzia dell’Onu per i rifugiati ha effettivamente confermato un aumento delle partenze di quasi il 300% tra gennaio e fine aprile, rispetto allo stesso periodo del 2019. Anche Malta ha lanciato l’allarme sui rifugiati in arrivo, denunciando la mancanza di solidarietà da parte degli altri Paesi europei e affermando di averne accolti un numero eccessivo rispetto alle proprie possibilità.

Con le partenze si moltiplicano anche le tragedie in mare, l’ultima delle quali, verificatasi al largo delle coste tunisine, ha causato la morte di 53 persone tra cui molte donne e bambini.

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L’aumento delle morti nel Mediterraneo continua però a non toccare la sensibilità di buona parte degli Stati europei. Italia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro hanno presentato alla Commissione Europea, all’inizio di giugno, una proposta per “una nuova strategia comune e unitaria in materia di immigrazione e asilo”. La proposta, che include il “trasferimento obbligatorio” dei migranti tra tutti gli Stati membri dell’Ue, cerca anche di ridurre l’onere per i “paesi di primo ingresso, dove i migranti sbarcano per primi”.

Le proposte in campo non sono nuove e più volte sia il Parlamento che la Commissione hanno provato a trovare soluzioni comuni a livello europeo. La resistenza di alcuni Stati membri, soprattutto quelli in cui prevalgono le forze politiche nazionaliste, continua però a bloccare un processo di riforma che avrebbe potuto essere concluso già nel novembre 2017, quando un’ampia maggioranza del Parlamento europeo aveva approvato una riforma del regolamento di Dublino, che regola le richieste di asilo. La riforma prevedeva appunto un sistema proporzionato di quote che permettesse agli Stati europei di condividere gli oneri dell’accoglienza, evitando così le tragedie in mare, senza però gravare sui Paesi che affacciano sul Mediterraneo.

Allora come oggi, il Consiglio europeo non era riuscito a trovare un accordo, calpestando i valori su cui dovrebbe basarsi l’Unione europea. Che sia forse arrivato il momento di cambiare davvero qualcosa in materia di immigrazione?