Migranti, l’Irlanda ne accoglie dieci ma a Ceuta ne arrivano cinquemila

Un soldato spagnolo e un gruppo di migranti sulla costa di Ceuta, enclave spagnola nel nord Africa, 18 maggio 2021. EPA-EFE/REDUAN

Un portavoce della Commissione spiega che sui ricollocamenti dei migranti i negoziati proseguono, ma Bruxelles con le regole attuali non può fare altro che “incoraggiare a mostrare solidarietà e a partecipare agli sforzi” per i trasferimenti.

La Commissione europea tenta di convincere gli Stati membri a mostrare solidarietà sul fronte dell’immigrazione. Gli sforzi per coordinare il ricollocamento dei migranti giunti sulle coste dell’Italia continuano: l’Irlanda è il primo Paese ad essersi impegnato ad accoglierne dieci. Un segnale positivo per certi versi ma in realtà del tutto inadeguato se consideriamo che a Ceuta in un giorno ne sono arrivati cinquemila. Se guardiamo la sproporzione evidente tra questi numeri non possiamo che domandarci se l’ipotesi di mantenere il sistema dei ricollocamenti volontari possa reggere a lungo.

Almeno 5.000 migranti, un migliaio dei quali minorenni, hanno raggiunto lunedì (17 maggio) l’enclave nordafricana spagnola di Ceuta, in un solo giorno.
I migranti hanno raggiunto l’enclave nuotando o camminando con la bassa marea dalle spiagge del vicino Marocco, a pochi chilometri a sud. Un uomo sarebbe annegato durante il viaggio. Il vicepresidente della Commissione europea Margaritis Schinas ha ricordato su Twitter che il confine di Ceuta “è un confine europeo. Piena solidarietà alla Spagna”. Un messaggio che fa eco a quello, altrettanto debole, della commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, che davanti alla plenaria del Parlamento europeo aveva detto “Delle 2.100 persone arrivate a Lampedusa con 24 imbarcazioni la settimana scorsa, oltre 600 sono minori non accompagnati. Chiedo agli Stati membri di aiutare l’Italia con i ricollocamenti”.

Un portavoce della delegazione del governo spagnolo a Ceuta ha detto che la portata dell’afflusso, in un momento di alta tensione tra Madrid e Rabat, è senza precedenti ma potrebbe ancora aumentare. Le tensioni tra le due capitali sono dovute al fatto che è trapelata la notizia secondo cui il leader del Fronte Polisario Brahim Ghali sarebbe arrivato nel nord della Spagna a metà aprile e sarebbe in cura in ospedale per il Covid-19.

Il Fronte Polisario ha combattuto a lungo per l’indipendenza del Sahara occidentale dal Marocco, e secondo diversi analisti questa vicenda potrebbe minacciare la cooperazione bilaterale tra Madrid e Rabat nella lotta contro l’immigrazione illegale verso le due enclave nordafricane della Spagna, Ceuta e Melilla.
Anche se comunque tutti i migranti giunti lunedì a Ceuta fossero rispediti in Marocco in breve tempo, il problema della ripresa dei flussi rimane. Così come la difficoltà dei ricollocamenti volontari, che sono previsti anche nel nuovo Patto per l’immigrazione e l’asilo proposto dalla Commissione.

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Il 7 aprile è stato pubblicato un decreto del ministero delle Infrastrutture e Trasporti di concerto con il ministero degli Affari Esteri, quello dell’Interno e quello della Salute con il quale si sancisce che «per l’intero periodo di durata dell’emergenza sanitaria nazionale derivante dalla diffusione del virus Covid-19, i porti italiani non assicurano i requisiti necessari per la classificazione e definizione di Place of Safety (“luogo sicuro”)». Ma chi scappa da tutto si mette in viaggio anche se in Europa c’è il Covid.

Quella migratoria è una competenza che si definisce ‘concorrente’, ma in realtà sono ancora gli Stati Membri ad essere ampiamente responsabili nella definizione delle politiche migratorie. In seno alla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) del Parlamento europeo sono partiti i lavori per modificare Dublino, quel sistema per cui le domande di asilo vengono prese in carico, e sappiamo che i tempi sono molto lunghi, dal paese nel quale il migrante è arrivato: quindi Italia, Grecia, Malta o Spagna.

Il tentativo precedente di riformare il regolamento di Dublino era iniziato nel 2015, sempre al Parlamento europeo, e si era concluso con l’approvazione da parte di una maggioranza trasversale, che andava dal centrodestra alla sinistra radicale, una proposta che prevedeva di eliminare il criterio del “primo ingresso” e sostituirlo con un meccanismo obbligatorio di ripartizione dei richiedenti asilo fra i 27 Stati dell’Unione. Una proposta che è sostanzialmente quella del governo italiano, come aveva ribadito durante un webinar promosso da Euractiv.it la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

Quella proposta però è rimasta lettera morta, perché gli Stati membri non hanno mai trovato un accordo. E anche questa volta non sembra semplice.