Migranti, la crisi europea del Covid ha portato a sottovalutare il problema nel Mediterraneo

Una protesta a favore dei migranti del campo profughi di Moria, sull'isola di Lesbo (Grecia). [EPA-EFE/OMER MESSINGER]

Espulso dall’Algeria, Alfa Jafo ha passato gli ultimi mesi lavorando presso la cucina di un ristorante, nella città storica di Agadez in Niger, piattaforma di lancio per l’immigrazione clandestina del Sahel.

Alla domanda se la pandemia da Covid-19 abbia ucciso il suo sogno di scappare dalla povertà e dalla guerra e venire in Europa, Jafo è sembrato sinceramente perplesso.

“Non ho paura” ha detto. “Se saremo fortunati e se Dio vorrà, il coronavirus non ci fermerà. È Dio che salverà le nostre anime.”

Sebbene l’Europa sia diventata una delle zone del mondo più colpite dalla pandemia, Jafo sta aspettando ancora l’occasione giusta per tentare il viaggio da incubo verso nord, attraversando il deserto, un tragitto pericoloso che precede il sogno europeo di molti migranti africani.

Andre Chani, che gestiva il traffico illegale di migranti finché il governo del Niger, sotto pressione da parte dell’Europa, ha bloccato la pratica nel 2017, concorda sul fatto che per i migranti in fuga dalla miseria, il virus è solo l’ennesimo ostacolo.

“Nonostante tutte le difficoltà – come la guerra in Libia, il coronavirus e i pericoli che si incontrano nell’attraversare il deserto, tutte le sofferenze e le morti – loro voglio comunque lasciare l’Africa e andare in Europa, una sorta di esodo” ha dichiarato.

“I migranti hanno detto che preferiscono soffrire nelle riserve ed essere colpiti dal coronavirus piuttosto che stare qui, dove non è rimasto nulla,” ha aggiunto Chani.

Sebbene la pandemia non abbia granché influenzato l’esodo verso nord degli immigrati, ha invece avuto un grosso impatto sulle città europee, mete prescelte, dove le frontiere sono state rinforzate e il dibattito tra proteggere i propri cittadini e accogliere immigrati si è riproposto.

“La crisi internazionale da Covid-19 non è la prima a scatenare questo dibattito, ma è la più estesa e la più grave. Il virus rappresenta una diversa minaccia rispetto a quella dei gruppi terroristici, delle organizzazioni criminali o quelle provenienti da altri problemi che si sono già discussi nel dibattito sull’immigrazione.” Ha spiegato Niall McGlynn, un ricercatore del Trinity College di Dublino, in un articolo di Euronews.

È un dibattito che Solon Ardittis, direttore generale di Eurasylum, e Frank Laczko, che gestisce il centro analisi statistiche per l’Organizzazione internazionale per la migrazione (IOM), si svolgerà intorno a quattro temi centrali, una volta che la pandemia sarà finita.

“Combattere la xenofobia e promuovere l’inclusione sociale, fornire assistenza agli immigrati bloccati in mare, garantire che la risposta migratoria sia sostenuta dal sistema sanitario, ridurre gli impatti socioeconomici negativi” sono i punti ricordati nel documento pubblicato dalla SOMA (Osservatorio sociale per la disinformazione e l’analisi dei social media).

Gillian Triggs, Assistente Segretario Generale e Assistente Alto Commissario per l’ufficio di tutela dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha aggiunto un possibile rischio di stigmatizzazione riguardo la questione degli immigrati durante il dibattito

“È un rischio reale – e una disinformazione, aggiungerei – che qualcuno della comunità sostenga che i rifugiati, i richiedenti asilo, gli sfollati siano i portatori della malattia, che siano loro a trasmettere il virus” per evitare di appellarsi agli obblighi umanitari e ai diritti internazionali, ha sottolineato.

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Un flusso inarrestabile

La guerra civile in Libia, uno stato in preda al caos dalla caduta del governo di Muammar Gheddafi avvenuta nel 2011, è peggiorata.

Solo nell’ultimo anno, durante la lotta per la conquista della capitale Tripoli, hanno perso la vita più di 1.700 persone –  circa 350 di queste erano civili – e costretto più di 200.000 persone, inclusi gli immigrati che vivevano negli accampamenti aspettando la loro occasione per fuggire in Europa, ad abbandonare le loro case.

“I dati più recenti sugli immigrati, i rifugiati e i richiedenti asilo trattenuti nei centri di detenzione sono i più bassi avuti negli ultimi tempi. L’IOM informa che ci sono ancora 1.500 persone trattenute in questi centri, ma tutto ciò lascia in sospeso molte domande” ha dichiarato Hassiba Hajd Saharaui, portavoce di Medici Senza Frontiere (MSF).

C’è tanta incertezza su dove siano finiti i sopravvissuti alla guerra: si riscontra una discrepanza tra il numero di persone partite dal paese  sui barconi, quelle che sono arrivate in Italia e quelle intercettate dalla guardia costiera libica.

“I conti non tornano. Abbiamo paura e ragione di credere che le persone siano state rapite da trafficanti di essere umani, di altre si sono perse le tracce, e questo alimenta la tratta. Le persone intercettate in mare, una volta in Libia vengono portate o vendute ai trafficanti, ma non abbandonano l’idea di fuggire in Europa,” ha avvertito Hassiba Hajd Saharaui.

“Queste persone sono vulnerabili e il Covid non ha fatto che peggiorare la situazione: si dovrebbero seguire norme igieniche che la loro condizione di vita non permette. Come ci si può autoisolare se si vive in un ambiente sovraffollato? Come ci si può lavare le mani se non si ha accesso all’acqua corrente?” Ha domandato Saharaui.

I rifugiati nel grande accampamento europeo di Moria sull’isola greca di Lesbo affrontano sfide e vivono condizioni simili.

Ci sono circa 20.000 uomini, donne e bambini che vivono insieme, creando affollamento e in condizioni igieniche precarie, con un solo rubinetto per 1.300 persone e un solo bagno condiviso da 200. “È davvero difficile mantenere il distanziamento sociale in queste case, senza porte, acqua o spazio.” Ha dichiarato Vassilis Stravaridis, direttore di MSF in Grecia.

La situazione è la stessa in tutti gli altri campi profughi del paese, ma fin ora non ci sono stati casi confermati di coronavirus.

Le ONG attribuiscono la mancanza di contagi alla fortuna, piuttosto che a pianificazioni o politiche adeguate, e sollecitano i governi ad avere piani d’azione per affrontare l’inevitabile, ha avvisato il rappresentante in Grecia della UNHCR, Philippe Leclerc.

“Fino ad adesso non c’è stato nessun caso di COVID-19  , ma ci saranno, come è successo nel resto del mondo. E dobbiamo essere preparati”, ha detto Leclerc.

C’è la preoccupazione che nonostante la pandemia, che ha scosso in maniera particolarmente violenta Spagna e Italia, il flusso migratorio continui senza tregua con la stessa incidenza degli anni passati, principalmente per l’indebitamento estero di molti paesi africani.

“L’indebitamento estero africano è un elemento chiave: la mancanza di consapevolezza del G20, quando prende la decisione di cancellare il debito, ha portato a un aumento della migrazione. È l’unica alternativa per queste persone” ha detto il segretario-generale della Federazione Acoge (“Benvenuti”) andalusa, José Miguel Morales.

Ha aggiunto che “ci sono segnali che, quando il peggio sarà passato, ci sarà un incremento degli arrivi. Neanche la pandemia può contrastare la ricerca di condizioni di vita migliori.”

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Cambiamento di protocolli

Ad aprile, all’apice della pandemia europea, la nave di salvataggio Alan Kurdi ha raccolto alla deriva nel Mar Mediterraneo, 150 migranti e inviato una richiesta di permesso di attraccare al porto più vicino.

Il governo italiano ha dichiarato  i suoi porti inaccessibili, in seguito alla chiusura nazionale a causa del COVID-19, e lasciando l’Alan Kurdi e i 150 migranti a bordo in un limbo.

I giorni seguenti sono stati carichi di incertezze, le autorità italiane hanno inviato un traghetto per il trasbordo degli immigrati dall’Alan Kurdi, oltre ad altre 46 persone che sono state soccorse dall’Aita Mari, un’altra imbarcazione di salvataggio.

Gli immigrati sono stati messi in quarantena sul traghetto attraccato al porto di Palermo.

Il compromesso era stato a causa della pressione sui funzionari italiani e maltesi, che hanno preso le stesse misure.

Il Primo Ministro maltese Robert Abela è diventato l’indiziato principale delle accuse  mosse alle autorità maltesi riguardo il rimpatrio di immigranti in Libia e la morte di alcuni di essi dovuta ad una sospetta negligenza da parte di Malta, secondo quanto riportato dal New York Times e dal giornale italiano Avvenire.

Il Ministro dei Trasporti italiano Paola Micheli ha giustificato questa decisione affrettata, dicendo che era dovuta “all’emergenza sanitaria italiana che ha portato al collasso i reparti di terapia intensiva, che non avrebbero potuto accogliere ulteriori malati.”

Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, ha dato la colpa dell’“assurda situazione” a un insieme di fattori: l’incessante flusso migratorio, la mancanza di spazi e le conseguenze della pandemia.

“È per la sicurezza di tutti. Se il centro di accoglienza è pieno, non si possono lasciare gli altri fuori. Per questo motivo ho ritenuto opportuno richiedere una barca” ha detto Martello.

Secondo il precedente protocollo, prima che gli immigrati potessero essere ospitati nei centri sull’isola, avrebbero dovuto passare il periodo di quarantena nel centro operativo del molo di Favarolo.

Tuttavia, la sospensione delle normali procedute dovute al diffondersi del COVID-19  ha visto molti immigrati dormire all’aperto dopo il termine della quarantena, provocando le proteste delle ONG.

“Come organizzazione medica, non vediamo motivazioni valide per agire in modo diverso. Se si è a bordo di una barca, se si è soccorsi in mare, l’organizzazione che verrà in aiuto attuerà le dovute misure,” ha detto Hassiba, aggiungendo che MSF si è offerta di creare un centro quarantena in Sicilia e aiutare con la gestione dei migranti in arrivo.

“Dopo lo sbarco, le persone dovranno seguire il protocollo e la quarantena, per esempio”.

“Ma dire che tutti i porti sono chiusi è solamente una scusa, una riedizione delle politiche di controllo della migrazione perseguite da Italia, Malta e dal resto dell’UE da oltre un paio d’anni. Adesso c’è questa scusa perfetta, che davvero, non è la soluzione”.

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Equilibrare la richiesta d’asilo e quella sanitaria

Di fronte alla mancanza di una politica comune tra le nazioni europee, la società civile ha chiesto un equilibrio tra il rispetto del diritto umanitario internazionale e l’integrazione degli immigrati all’interno del sistema sanitario dei paesi ospitanti.

“Le persone dovrebbero essere salvate – non dovrebbe essere una negoziazione, stiamo cercando di essere solidari in questi giorni, ma poi lasciamo che le persone muoiano in mare? È assurdo” ha detto Hassiba.

Triggs dell’UNHCR ha aggiunto che da parte loro c’è stata una richiesta ai governi di integrare gli immigrati e i richiedenti asilo nei loro programmi nazionali e nei loro sistemi sanitari, nonché le reti di sicurezza sociali.

Ma molti governi, incluso quello greco, hanno deciso di far finta di nulla. Al contrario, le autorità greche hanno insistito sul fatto la soluzione per ridurre gli arrivi di migranti è aumentare le deportazioni dal paese, rinforzando così i controlli alle frontiere marittime, anche se questo significa ricorrere ad azioni illegali.

Notis Mitarakis, Ministro degli Interni del governo conservatore greco, ha detto: “Si deve sapere che la Grecia non è più aperta ad ospitare immigrati che non hanno una protezione internazionale. E questa è una chiara scelta politica da parte del governo.”

Un altro problema per i migranti che vengono in Europa è quello legato al rischio di essere dimenticati ed esclusi a causa dello stato d’emergenza che molti governi stanno affrontando per riparare ai danni economici inflitti dalla pandemia.

“L’arrivo di immigrati non deve essere un ulteriore peso al sistema sanitario, sono persone giovani in cerca di un lavoro. Ma ciò che si deve garantire è che nessuno venga lasciato per strada, perché questo potrebbe causare gravi problemi alla sanità pubblica” ha detto Morales di Andalucia Acoge.