Migranti: 72 morti al mese sulla rotta africana. Unhcr: “La Libia non è un porto sicuro”

[Unhcr/Alissa Everett]

Sono almeno 1.750 le persone che hanno perso la vita negli scorsi due anni attraversando l’Africa Occidentale per raggiungere le coste del Mediterraneo. Vale a dire almeno 72 decessi al mese, un andamento che rende la rotta una delle più mortali al mondo.

Nel corso del viaggio migranti e rifugiati sono costretti a subire ogni sorta di abuso e violenza. Per chi sopravvive e arriva in Libia non è ancora finita. Nei centri di detenzione si assiste a “abusi raccapriccianti, quali esecuzioni sommarie, torture, lavori forzati e pestaggi”. Alcuni riferiscono di “essere stati ustionati con olio bollente, plastica sciolta, od oggetti in metallo riscaldati, di aver subito scariche elettriche e di essere stati legati e costretti a posizioni di stress”.

A denunciare questa situazione è un rapporto intitolato “In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori”, pubblicato dall’agenzia Onu per i rifugiati, Unhcr, e dal Mixed Migration Centre (Mmc). Secondo lo studio circa il 28% delle morti registrate nel 2018 e nel 2019 si è verificato nel corso dei tentativi di traversata del deserto del Sahara. Tra le località più pericolose per i migranti ci sono anche Sebha, Cufra, e Qatrun nella Libia meridionale, l’hub del traffico di esseri umani Bani Walid, a sudest di Tripoli.

Malgrado i dati per il 2020 siano ancora incompleti, è certo che sono almeno 70 i rifugiati o migranti che hanno già perso la vita nell’arco dell’anno, tra cui almeno 30 persone uccise per mano di trafficanti a Mizdah a fine maggio.

Gli abusi

Donne e bambini, ma anche uomini, nel corso del viaggio rischiano di subire stupri da parte dei trafficanti, ma anche dalle forze di sicurezza che in Africa occidentale risultano essere le principali responsabili di questo tipo di aggressioni. Tra gennaio 2017 e dicembre 2019, l’Unhcr ha registrato oltre 630 casi di tratta di rifugiati nel Sudan orientale, con quasi 200 donne o bambine che hanno denunciato di essere sopravvissute a violenza sessuale e di genere.

“Per troppo tempo, gli atroci abusi subiti da rifugiati e migranti lungo queste rotte via terra sono rimasti largamente invisibili”, ha dichiarato Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. “Questo rapporto documenta omicidi e diffuse violenze della più brutale natura, perpetrati contro persone disperate in fuga da guerre, violenze e persecuzioni.  È necessario che gli Stati della regione mostrino forte leadership e intraprendano azioni concertate, col supporto della comunità internazionale, per porre fine a tali crudeltà”.

La detenzione in Libia

Una volta in Libia, rifugiati e migranti vengono detenuti in centri dove le violenze e gli abusi sono all’ordine del giorno. Molti di coloro che tentano di attraversare il Mediterraneo vengono intercettati dalla Guardia Costiera libica e a volte consegnati di nuovo nelle mani del contrabbandieri e trafficanti da cui speravano di poter fuggire. Ad oggi, rivela il rapporto Unhcr, i rifugiati e i migranti fatti sbarcare in Libia nel corso di quest’anno sono più di 6.200, il che significa che il dato finale potrebbe essere molto più alto di quello del 2019, quando 9.035 persone sono state ricondotte nel Paese.

Malgrado la Libia non sia considerata “un porto sicuro” Italia e Unione europea continuano a dare finanziamenti al Paese per gestire i migranti. La Libia con 455 milioni di euro stanziati in programmi di assistenza rimane il principale beneficiario nel Nord Africa dell’Eutf, il fondo fiduciario di emergenza per l’Africa. E pochi giorni fa il Parlamento italiano ha votato il decreto missioni che comprende anche interventi a sostegno della Guardia costiera libica.

Il numero di rifugiati e migranti in detenzione negli ultimi mesi è calato ma, come ricorda l’agenzia Onu per i rifugiati, c’è ancora molta strada da fare. “Si devono ancora trovare soluzioni per i rifugiati e i migranti incagliati lì  – spiega Grandi – soluzioni che richiedono il supporto e impegno degli Stati, compresi i paesi di origine, e l’evacuazione, il reinsediamento o altri accordi per coloro che incapace di tornare a casa”.