La Corte di giustizia dell’Ue condanna l’Ungheria per la gestione dei migranti

epa08826947 Un posto di osservazione accanto alla recinzione installata lungo il confine tra Serbia e Ungheria per impedire ai migranti di entrare nel paese a Hercegszanto, 18 novembre 2020. EPA-EFE/Tibor Rosta HUNGARY OUT

La Corte di giustizia europea ha condannato il governo ungherese, colpevole di aver violato il diritto dell’Unione limitando l’accesso alla procedura di protezione internazionale per i richiedenti asilo nelle zone di transito e trattenendo illegalmente i rifugiati.

La Corte di giustizia europea ha dichiarato che l’Ungheria non ha adempiuto all’obbligo di dare la concreta possibilità di presentare domanda di protezione internazionale ai richiedenti asilo.

Il governo di Orbán è sempre stato, negli ultimi anni, tra i più feroci oppositori di ogni sistema di accoglienza e redistribuzione dei migranti sul territorio europeo. Nel 2015 è stata eretta una recinzione, in alcuni punti elettrificata, e sono stati allestiti campi per i richiedenti asilo nelle “zone di transito”, dei siti, lungo il confine con la Serbia, dove trattenere i migranti mentre venivano esaminate le richieste d’asilo.

Già in primavera la Corte di giustizia aveva stabilito che la permanenza nelle “zone di transito” equivale alla detenzione e aveva dunque richiesto all’Ungheria la chiusura dei campi.

Nella sentenza del 17 dicembre si legge che “l’Ungheria è venuta meno al proprio obbligo di garantire un accesso effettivo alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale, in quanto i cittadini di paesi terzi che desideravano accedere, a partire dalla frontiera serbo-ungherese, a tale procedura si sono trovati di fronte, di fatto, alla quasi impossibilità di presentare la domanda”.

Le modalità di detenzione dei richiedenti asilo sono poi state considerate “al di fuori dei casi previsti dal diritto dell’Unione” e non rispettose delle necessarie garanzie.

L’Ungheria è stata condannata anche per aver violato le regole sui rimpatri, avvenuti senza riconoscere il diritto individuale del richiedente asilo “di rimanere nel territorio dello Stato membro interessato dopo il rigetto della sua domanda, fino alla scadenza del termine previsto per la presentazione di un ricorso avverso tale rigetto o, se è stato presentato un ricorso, fino all’adozione di una decisione su quest’ultimo”.

Attivisti ed esperti di diritti umani hanno accolto con favore la sentenza della Corte. L’Hungarian Helsinki Committee, una delle principali associazione in difesa diritti umani in Ungheria, l’ha definita una “sentenza storica”, ricordando che dal luglio 2016 l’Ungheria ha respinto più di 50.000 migranti in Serbia.

“Il verdetto di oggi, si spera, metterà fine a una delle pratiche più vergognose della politica ungherese in materia di asilo”, ha dichiarato András Kristóf Kádár, copresidente dell’Hungarian Helsinki Committee.