La battaglia di un preside danese al fianco dei suoi studenti siriani: il governo vuole rispedirli in Siria

Il preside Henrik Vestergaard Stokholm e Aya Abo Daher

Il preside Henrik Vestergaard Stokholm con Aya Abo Daher. [Fonte: profilo Facebook di Stokholm]

Le parti della Siria controllate da Assad sono un posto sicuro, secondo il governo della Danimarca. A inizio marzo le autorità danesi hanno annunciato che la situazione intorno a Damasco e nelle zone controllate dalle forze governative di Bashar al-Assad è migliorata, e dunque i rifugiati siriani in Danimarca che vengono da queste aree devono tornare indietro. La notizia, a quel tempo, non aveva fatto scalpore ed era sfuggita a quasi tutti i giornali europei. È stato il preside di una scuola danese a portarla alla ribalta, soprattutto sui social.

Si chiama Henrik Vestergaard Stokholm ed è il giovane preside del Nyborg Gymnasium, il liceo di Nyborg, Danimarca. Ha raccontato su Facebook la storia di una delle sue studentesse, Aya Abo Daher, 19 anni, rifugiata siriana che il governo sta per rispedire in Siria. Il post ha ottenuto diecimila condivisioni e ha contribuito ad aprire il dibattito sulla questione: “Aya è fuggita dalla brutale guerra civile e dalla dittatura di Assad in Siria nel 2015. I suoi fratelli hanno disertato il servizio militare nella dittatura l’anno prima, e la famiglia è stata successivamente minacciata, quindi sono dovuti fuggire. Da quando Aya è venuta in Danimarca, lei e la sua famiglia hanno fatto di tutto per integrarsi. Ha frequentato la scuola di lingua, la scuola elementare locale e tra tre mesi terminerà il Nyborg Gymnasium. È stata così brava, parla danese e naturalmente sogna un lavoro, un’istruzione e una vita in Danimarca. Non ha mai osato tornare in Siria”, ha scritto nel post.

“Ma oggi, Aya mi ha mostrato la lettera dell’amministrazione danese, in cui si dice che il suo permesso di soggiorno è stato ritirato e che deve essere rispedita in Siria con la sua famiglia. La cosa paradossale è anche che il governo danese non collabora con il regime di Assad, e quindi non obbliga nessuno. Ma quando si perde il permesso di soggiorno, si viene mandati in un centro di espulsione. La sua famiglia, e tutti gli altri siriani che hanno ricevuto lo stesso messaggio, rimarranno bloccati in questi centri per anni” ha proseguito il preside Stokholm.

“Non può essere vero che in Danimarca trattiamo così le persone. Nessun altro paese in Europa può sognarsi una cosa del genere”.

A chi lo ha accusato di fare politica ha risposto in modo molto chiaro: “Per i miei critici che pensano che dovrei starne fuori: no, non sono un politico, ma sono un preside. Sono pronto a prendermi cura dei miei studenti e a rafforzare la loro conoscenza e il rispetto della libertà fondamentale e dei diritti umani. I diritti umani valgono anche per Aya al Nyborg Gymnasium e per tutte le altre persone in questo paese, quindi è per questo che interferisco”.

Henrik Vestergaard Stokholm è riuscito ad accendere il dibattito. La ragazza ha raccontato la sua storia in TV chiedendo provocatoriamente: “Ci manderanno lì per vedere se moriamo o no? Siamo un esperimento?”. Le sue parole hanno suscitato la reazione del ministro dell’immigrazione e dell’integrazione Mattias Tesfaye, lui stesso figlio  di un rifugiato etiope e di madre danese che incarna il volto duro dei social-democratici sull’immigrazione. Tesfaye ha parlato del caso su una TV danese il 2 aprile, sostenendo che non si può tirare fuori un singolo caso dal mucchio e sospendere il provvedimento perché Aya o altri liceali sono stati in TV con i loro tragici casi. Sì, perché quella di Aya non è l’unica storia che sta rimbalzando sui social. Ci sono anche quelle dei fratelli Dania e Hussam, anche loro liceali, o quella di Faeza, studentessa di infermieristica, quella di Asmaa e Omar che rischiano di dire addio per sempre ai loro figli, che poiché minori, possono rimanere in Danimarca. Oppure la tragica storia di Akram Bathiesh, che è morto per un attacco di cuore dopo aver ricevuto la comunicazione delle autorità danesi che gli hanno revocato lo status di rifugiato e gli hanno dato un mese per lasciare la Danimarca.

Che la Siria non sia un paese sicuro, infatti, è chiaro a tutti. Proprio a marzo, in occasione del decimo anniversario dallo scoppio della guerra civile nel paese, il Parlamento europeo si è espresso con una risoluzione che condanna la mancanza di progressi nel trovare una soluzione al conflitto in Siria, il collasso economica, la “disastrosa crisi umanitaria” e le atrocità che continuano ad essere perpetrate.