In Germania, Francia e Olanda i primi profughi scappati da Moria ma serve una politica comune

Una richiedente asilo fugge da un incendio nel campo profughi di Moria sull'isola di Lesbo, in Grecia. EPA-EFE/ORESTIS PANAGIOTOU

“Moria è qui per ricordare all’Europa che dobbiamo cambiare, perché è inconcepibile che l’Europa non abbia ancora una politica migratoria coerente”, ha detto il vicepresidente della Commissione europea Margaritis Schinas durante la visita al campo profughi di Moria sull’isola di Lesbo, distrutto da un terribile incendio.

Il Commissario ha aggiunto che “siamo una famiglia di 27 paesi, siamo il più grande mercato del mondo, abbiamo il 25% della ricchezza mondiale, è inconcepibile che l’Europa non abbia ancora una politica migratoria comune”. Nel ricordare che il nuovo Patto UE sulla migrazione e l’asilo sarà presentato a settembre, Schinas ha detto che “vogliamo porre fine a questa situazione inaccettabile”.

Ha anche chiarito che non è più tollerabile che alcuni Stati membri dell’UE si facciano carico di un onere sproporzionato per tutti gli altri. “Siamo una cosa sola e dobbiamo agire come un tutt’uno. È giunto il momento e l’Europa avrà sempre chiaro che Moria simboleggia ciò che deve essere cambiato”, ha detto.

Il campo era ormai una baraccopoli

Le autorità greche nel frattempo hanno reso noto che l’incendio che ha distrutto il campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, sarebbe stato appiccato da un gruppo di “richiedenti asilo”. “L’incendio di Moria ha evidenziato l’abietto fallimento del governo greco e dell’Unione europea, incapaci di gestire la deplorevole situazione dei rifugiati in Grecia“. Così Massimo Moratti, direttore delle ricerche sull’Europa di Amnesty International.

“Con 12.503 persone presenti in un campo che potrebbe ospitarne 3000 e dati gli incendi già scoppiati nel campo, le autorità greche non possono sostenere che questa tragedia fosse inevitabile. Solo un mese fa erano morte altre tre persone“, ha aggiunto Moratti.

Secondo Amnesty il sovraffollamento nei campi profughi nelle isole dell’Egeo ha raggiunto il livello peggiore dal 2016: Lesbo e Siamo ospitano un numero di persone superiore rispettivamente di quattro e otto volte i posti a disposizione. La questione del sovraffollamento ha un impatto non solo sulle condizioni materiali di vita dei richiedenti asilo ma anche sulla possibilità concreta di garantirne la sicurezza.
La situazione dei minori, ad esempio, è drasticamente peggiorata rispetto alle basilari questioni di sicurezza, come testimoniato dalla morte di un afgano di 15 anni nella cosiddetta “zona sicura” del campo.

In un articolo di inizio marzo sul rischio della diffusione del coronavirus nei campi profughi dell’Egeo, di Internazionale leggiamo che “l nome dell’hotspot per l’identificazione dei migranti nel cuore dell’isola greca di Lesbo ed è sempre di più simile a una baraccopoli”.

C’erano già stati altri incendi

Il centro era stato organizzato nel 2015 per ospitare meno di tremila persone, che sarebbero dovute restare per pochi mesi. In realtà il numero delle persone ospitate è cresciuto in modo esponenziale, fino ad arrivare a tredicimila presenze, così come il tempo di permanenza, al punto che le denunce sull’insostenibilità della situazione da parte delle organizzazioni umanitarie erano quotidiane.

Vi sono state già in precedenza rivolte ed erano stati già appiccati incendi, proprio a causa delle condizioni inumane del campo, soprattutto per quanto riguarda gli standard igienico-sanitari. Anche un reportage di Francesca Mannocchi per La7 dal campo di Moria si apriva con le immagini di un incendio tra le baracche e tra i resti di quella che era una scuola per bambini. Era marzo 2020 e l’operatore intervistato dalla giornalista italiana aveva detto che la situazione non era “mai stata così spaventosa e sembra che stia per esplodere”.

Marco Sandrone, coordinatore di Medici senza frontiere, aveva riportato la denuncia shock dei casi di mutismo e di autolesionismo tra i bambini costretti a vivere.

La prima risposta di alcuni Paesi

Subito dopo l’incendio la commissaria europea per le Politiche migratorie, Ylva Johansson aveva detto che “L’Unione europea è pronta a finanziare il trasferimento e l’accoglienza per 400 minori non accompagnati rimasti coinvolti dall’incendio nel campo migranti di Moria”.

La Grecia ha esortato i paesi europei a “passare dalle parole di solidarietà” ai fatti, per trovare un rifugio per migliaia di migranti rimasti senza un posto dove stare. I primi a muoversi in questo senso sono stati i leader di Francia e Germania, Macron e Merkel, che si sono impegnati ad accogliere parte dei minori, invitando anche gli altri paesi UE ad attivarsi. La prima a rispondere all’appello franco-tedesco è stata l’Olanda che si è resa disponibile ad accogliere 100 migranti, la metà dei quali minori. Conti alla mano, rimangono ancora almeno 12 mila persone a cui trovare una sistemazione.
Poi è arrivato l’annuncio di Schinas secondo cui l’Ue sarebbe pronta a “finanziare un nuovo campo più moderno” in Grecia dopo l’incendio divampato nell’isola di Lesbo.

Il problema però è più grande e più grave. Una volta trovata una sistemazione per le persone scampate all’incendio di Moria, non cambierà nulla rispetto aduna qualsiasi emergenza successiva.

È davvero il tempo di una seria politica migratoria europea. Come aveva scritto Salvatore Aloisio su questo giornale, “Quel che manca è un potere europeo, democraticamente legittimato, che adotti una politica migratoria unica. Che essa sia più attenta alla sicurezza delle frontiere o alla loro apertura qui non rileva. Paradossalmente tanto una soluzione “australiana” quanto una “open borders” solo così avrebbero effettività, mentre uno Stato nazionale in Europa non è in grado di realizzare davvero né l’una né l’altra”.

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Nel campo vivevano quasi 13 mila persone, un numero quattro volte superiore alla capienza autorizzata. Questa tragedia è il simbolo del fallimento delle politiche europee di questi anni denunciano le Ong.

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