In Europa i lavoratori non comunitari sono i più esposti a disoccupazione e povertà

Lavoratori di origine africana raccolgono le arance a Rosarno, in Calabria. [EPA/FRANCO CUFARI]

I dati del rapporto Eurostat sull’integrazione rivelano le disuguaglianze sul mercato del lavoro: solo il 60% dei lavoratori non comunitari riesce a trovare lavoro negli Stati dell’Ue a fronte del 75% dei lavoratori europei. Il 45% dei lavoratori non Ue ha affrontato l’esclusione sociale o rischia di finire in povertà.

Nel 2019 solo il 59.8% dei cittadini stranieri provenienti da paesi extra europei è stato attivo sul mercato del lavoro. In 31 delle 171 regioni Ue analizzate dall’ultimo rapporto Eurostat sull’integrazione dei lavoratori immigrati nell’Unione europea, meno della metà dei cittadini non comunitari hanno un lavoro. Il dato è al di sotto del target occupazionale di Europa 2020, che ha l’obiettivo di occupare il 75% dei lavoratori tra i 20 e i 64 anni residenti nell’Unione Europea entro la fine dell’anno.  Secondo i dati Eurostat, in nove regioni tra cui Calabria, Molise e parte della Francia centrale e meridionale, il tasso di occupazione di chi vive in Europa ma non ha la cittadinanza europea è al di sotto del 40%. Il tasso disoccupazione per gli stranieri non europei è maggiore del 20% in Spagna, Grecia, Finlandia e in gran parte della Francia.
La situazione cambia per i cittadini dell’Unione europea che lavorano in uno Stato Ue diverso dal loro Paese di nascita e nazionalità. Con un tasso di occupazione del 75,5%, la loro situazione è migliore rispetto alla media generale dei cittadini (di nazionalità) degli Stati membri che si ferma al 73,8%.

Gli stranieri non comunitari che vivono nei 27 Stati dell’Unione europea sono 21,8 milioni (circa il 5% della popolazione totale). Nel 2018 l’Ue ha aperto le porte a 2,4 milioni di immigrati. Tra gli Stati membri con pressione migratoria più alta in rapporto alla popolazione troviamo Malta, Lussemburgo, Cipro, Irlanda e Spagna. L’Italia è tra i Paesi meno interessati dall’immigrazione: si posiziona al quartultimo posto con 5,5 immigrati ogni 1000 abitanti, davanti a Bulgaria, Portogallo e Slovacchia. I numeri potrebbero essere più alti considerando i lavoratori senza cittadinanza Ue che lavorano in nero da anni, gli “invisibili” o migranti senza documenti. Sono i lavoratori più a rischio sfruttamento e senza tutele socio-sanitarie, che vengono impiegati soprattutto nell’agricoltura e nel turismo. In generale, secondo Eurostat,  i cittadini stranieri extra Ue sono i più esposti alla povertà relativa e assoluta. Il 45% dei lavoratori extra Ue ha affrontato l’esclusione sociale o il rischio di finire in povertà. Il 12,5% vive in situazioni di indigenza e povertà assoluta. Il 35% di questi immigrati vive in abitazioni sovraffollate. 

In Italia il 90% degli stranieri lavora nei settori delle costruzioni, agricoltura, alberghiero e nella ristorazione. Secondo il rapporto sullo Stato dei diritti 2020 dell’associazione A buon diritto il rischio povertà assoluta arriva ad avere tra gli stranieri un’incidenza del 30% rispetto al 6,4% per gli italiani. Nel 2019, il ministero dell’Interno aveva autorizzato 18 mila lavoratori stagionali a entrare regolarmente in Italia. Quest’anno, complice la crisi sanitaria mondiale e la diffusione del coronavirus oltre i confini Schengen, il “decreto flussi” non è stato ancora approvato ma sono stati autorizzati ingressi con la mediazione delle associazioni di categoria. “Le frontiere italiane sono aperte anche a circa 50mila lavoratori stagionali extracomunitari provenienti da Marocco, Tunisia, Serbia e Montenegro che sono stati ricompresi nella lista dei Paesi a cui l’Unione Europea ha riaperto le porte a partire dal primo di luglio”, ha dichiarato Coldiretti in un comunicato del 2 luglio. Questo modello è stato replicato anche in altri Paesi europei.  Ma la situazione dei migranti senza permesso di soggiorno resta problematica nelle campagne, da nord a sud, come testimoniano le situazioni di Foggia e Saluzzo, due aree agricole ad alta concentrazione di lavoratori migranti africani.

Nel 2014 il Consiglio europeo e il Parlamento europeo hanno adottato la Direttiva sul lavoro stagionale. Questa legge presenta un quadro normativo per permettere agli stagionali di lavorare in sicurezza  e ottenere diritti fondamentali come l’alloggio garantito. Il 19 giugno, il Parlamento ha invitato la Commissione europea e gli Stati membri ad agire per migliorare la situazione di questa categoria di lavoratori, particolarmente vulnerabile  ai rischi dell’emergenza Coronavirus. Esiste una carta di residenza europea, chiamata Blue card,  dal nome della Direttiva che la istituisce, per facilitare l’arrivo, il soggiorno e la permanenza dei cittadini non comunitari appartenenti alla categoria dei “lavoratori altamente qualificati”. I lavoratori migranti impiegati in settori a bassa specializzazione come l’agricoltura, il turismo e le costruzioni sono la prossima categoria da tutelare.