Campagna egiziana in Libia: si rischia lo scontro tra Ankara e Il Cairo

Il generale egiziano Mamdoh Shahen durante il dibattito parlamentare sull'invio di truppe in Libia, il 20 luglio 2020. EPA-EFE/KHALED MASHAAL

Intervenendo militarmente in Libia l’Egitto non solo afferma il suo ruolo di attore regionale, ma anche di potenza internazionale, con il rischio di entrare in collisione con gli altri comprimari del conflitto, in particolare con la Turchia.

Forse è stato fin troppo fermo l’Egitto fino ad oggi, osservatore (fino ad un certo punto, visto il forte sostegno ad Haftar) di un teatro bellico che sta coinvolgendo in maniera sempre più intensa alcune delle potenze militari del globo. Nella seconda metà del giugno scorso, il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, aveva parlato dell’intervento come “l’ultima opzione per preservare la sicurezza”. Parole che a volte sottolineano la volontà di non impegnarsi militarmente, ma anche il contrario.

Certo, negli ultimi mesi la posizione del generale Haftar, dell’Esercito nazionale libico (Lna) non riconosciuto dalla comunità internazionale, è peggiorata, con le forze del Governo di accordo nazionale (Gna) di Serraj che dalla controffensiva dei sobborghi di Tripoli ha guadagnato molte tappe contro l’ex generale di Gheddafi, poi dissidente, poi signore della guerra in questo conflitto che, dalla caduta della storica Guida della Jamāhīriyya libica, ha portato il Paese in un indefinito scenario fatto di instabilità, dilaniandolo.

Dal Gna non hanno mai fatto mistero: l’obbiettivo è raggiungere le roccaforti haftariane della Cirenaica e chiudere la partita. Per farlo però devono attraversare quella che russi ed egiziani chiamano la “linea rossa”, che da Sirte scende a sud tagliando il Paese. Toccato quel limite il governo di Al-Sisi si sente autorizzato ad intervenire e visto che le forze governative si stanno ammassando nella città che dette natali e morte a Mohammed Muammar Gheddafi, Il Cairo ha optato per l’intervento.

Le forze armate turche sostengono Serraj nell’avanzata verso Sirte e una discesa in campo dell’Egitto può portare ad un probabile contatto.

L’Egitto, oggi super armato, è guidato da decenni dai militari che, con l’avvento di Al-Sisi, hanno determinato una stretta sulla vita politica ed economica del Paese, controllandolo in molti settori. Tra l’altro può fare risultato in questa caotica situazione: possiede uno degli eserciti più potenti al mondo, gioca quasi in casa in qualità di confinante, ha bisogno di serrare le fila interne usando lo spauracchio degli interventi stranieri in Libia, “una minaccia per la sicurezza nazionale egiziana e araba”, dicono dal Governo.

E così la Camera ha votato all’unanimità (ieri, 20 luglio) “contro gli atti criminali e le milizie armate” e “gli elementi terroristi stranieri”, come riportano i media ufficiali egiziani.

La voce "geopolitica" dell'Ue che fatica a farsi sentire

Quando Ursula von Der Leyen è diventata Presidente della Commissione Europea aveva detto che la Commissione da lei guidata sarebbe stata una Commissione “geopolitica”, riecheggiando la definizione del suo predecessore, Jean-Claude Junker, il quale aveva sempre definito che la sua …

Intanto da Ankara il ministro degli Interni libico Fathi Bashagha ha detto che le operazioni di Haftar da inizio anno “hanno provocato danni alla stabilità della regione”. Nel mirino del ministro del Governo libico ufficiale anche un messaggio (indiretto) all’Egitto, accusandolo, compresi gli altri Paesi che aiutano il generale, di sostenere un “piano che non porta altro che disordine e morte”. “Per garantire la pace e l’unità della Libia è cruciale che cessino tutti gli appoggi al golpista Haftar”, ha aggiunto Hulusi Akar, ministro della Difesa turco.

Anche Algeri vuole un ruolo. Lunedì 20 luglio infatti, il presidente dell’Algeria Abdelmadjid Tebboune, ha parlato di “una possibile soluzione algerino-tunisina” per la crisi libica. Nell’incontro con Stephanie Williams, capo della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil), ha manifestato la neutralità dell’Algeria verso i contendenti, ma ha chiarito l’intenzione di non volersi trovare di fronte “a fatti compiuti”.

Per ora dall’Europa si è alzata la voce di Heiko Maas, ministro degli Esteri della Germania alla presidenza del semestre nel Consiglio Ue, che ha parlato di possibili sanzioni Ue che potrebbero colpire “tutte le aziende, le persone e anche le entità” coinvolte nella violazione dell’embargo sulle armi in Libia. “Materiale e mercenari sono stati spesso trasportati in Libia su navi e voli charter”, ha detto.

Un messaggio che arriva in seguito alla dichiarazione congiunta, sabato 18 luglio, di Francia, Germania e Italia che si sono dette “pronte a considerare il possibile uso di sanzioni qualora continuino le violazioni dell’embargo via mare, terra o aria”, che alimentano il conflitto e la pesante crisi umanitaria. Una volontà che, oltre ad ostacolare un poderoso traffico di armi, darebbe all’Europa un ruolo diplomatico forte per la stabilizzazione del contesto internazionale, che però avrebbe più certa attuazione con un’unica voce in merito.