Majorino: “Al confine tra Bielorussia e Polonia c’è un laboratorio di disumanità. L’Europa non può assecondarlo”

L'eurodeputato Pd Pierfrancesco Majorino. [©pierfrancescomajorino.eu]

Euractiv Italia ha intervistato l’eurodeputato Pd Pierfrancesco Majorino, rientrato da una missione al confine fra Polonia e Bielorussia, dove sono bloccate al freddo alcune migliaia di persone provenienti soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan.

“Sono costernato e incredulo per per la proposta avanzata dalla Commissione di dilatare il tempo delle richieste d’asilo in Polonia e di sostenere i respingimenti”: Pierfrancesco Majorino commenta così le “misure straordinarie” presentate dai commissari Margaritis Schinas e Ylva Johansson per Polonia, Lettonia e Lituania.

Onorevole Majorino, lei è appena rientrato da una missione al confine tra Polonia e Bielorussia insieme ai suoi colleghi Pietro Bartolo e Brando Benifei. Che situazione avete trovato?

“C’è una criminalizzazione del soccorso sconcertante. Praticamente il governo polacco impedisce in tutti i modi che le persone vengano aiutate e sostenute. Gli attivisti vivono in una situazione di terrore terribile, se si pensa che siamo comunque nello spazio europeo. Quel che si è verificato è che di fronte alla scelta scellerata di Lukashenko la Polonia ha risposto nel peggiore dei modi, con la chiusura, e a farne le spese sono uomini, donne, bambini che sono intrappolati in quest’area che oggi si estende fino a Lituania e Lettonia”.

I migranti che avete incontrato cosa vi hanno raccontato? In che modo sono arrivati nella foresta ai confini tra Polonia e Bielorussia?

“Le persone che si trovano lì sono state spinte dalla Bielorussia o indotte con l’inganno ad arrivare in quell’area e poi si sono trovate di fronte a una chiusura sistematica, un muro nei fatti se consideriamo i controlli e le azioni del governo polacco nei loro confronti. Le storie sono drammatiche: ci sono persone che sono morte, altre che vivono allo stato brado cercando di scappare dalle forze militari e di polizia senza poter andare oltre quest’area boschiva. Siamo di fronte a un laboratorio di disumanità notevole. Ci hanno raccontato di una donna che ha partorito nella foresta e poi è morta con il figlio neonato in braccio, morto a sua volta. Abbiamo parlato con una donna curda a cui sono stati tolti i figli, dopo un ricovero d’urgenza in ospedale, e non può sapere dove li hanno portati. Di fronte a tutto ciò servirebbe un’azione umanitaria immediata, un cambio politico in Polonia e, se non avvenisse, un’azione europea che mettesse al centro i diritti umani e la dignità della persona”.

Cosa rischiano gli attivisti che stanno cercando di aiutare queste persone agendo, dal punto di vista del governo polacco, ai limiti tra legalità e illegalità?

“Gli attivisti rischiano pesantissime multe e anche il carcere, perché anche solo dare dell’acqua a una persona sdraiata in un giaciglio nella foresta, portargli una coperta o dei medicinali o prestargli soccorso, se si è un medico, è trattato alla stregua di aiuto all’immigrazione clandestina e come tale viene gestito. Il clima di terrore si esprime attraverso azioni che non sono degne delle spazio europeo, perché te le immagini nella dittatura di un paese autoritario e non in un paese europeo. I ragazzi e le ragazze che lavorano con le Ong sono veramente molto preoccupati, però sono gli unici che poi, andando di sera o di notte nella foresta, danno una mano alle persone a sopravvivere”.

La Polonia sta enfatizzando molto i toni su questa situazione. Quanto pesa secondo lei lo scontro che si è creato tra Varsavia e Bruxelles sullo stato di diritto?

“Al fondo di questa situazione c’è il conflitto con Bruxelles sullo stato di diritto. La Polonia vuol far capire all’Europa di poter giocare un ruolo significativo difendendo i confini da questa ipotetica invasione, che invasione non è. Questa diventa una crisi migratoria perché la si vuole far diventare tale: seimila persone, come nazione le gestisci senza che i tuoi cittadini nemmeno se ne accorgano. Peraltro parliamo di un Paese, la Polonia, che ha fatto i conti con la migrazione di milioni di ucraini, quindi davvero si è voluto far diventare un’emergenza quella che non lo è. Senza arrivare a parlare di Lampedusa, a Milano in tre anni abbiamo accolto e assistito 128 mila persone e ce l’abbiamo fatta senza sconvolgere la città. Di fronte a tutto questo l’Europa deve rispondere con determinazione sia a Lukashenko, insistendo sulle sanzioni, sia alla Polonia, non assecondando questo gioco alla edificazione immateriale dei muri, ma mettendo al centro il valore della dignità delle persone”.

La Polonia vuole costruire un muro al confine con la Bielorussia. E di fronte a questa ipotesi da Bruxelles sono arrivate dichiarazioni contraddittorie. L’assenza di una posizione condivisa indebolisce l’Unione?

“L’Europa in materia migratoria è segnata dal vento della destra sovranista che, a prescindere dall’esito delle diverse elezioni, ha egemonizzato il campo. Questa è una materia rispetto alla quale bisognerebbe cambiare davvero tutto, sia a livello di stati membri che di istituzioni europei. Invece la politica è sempre molto impaurita e impacciata, il balletto delle dichiarazioni sul muro è questo. Il punto non è chi paga il muro ma se lo vuoi accettare o meno. Io penso che si debba lavorare per creare corridoi umanitari, canali d’accesso legali, cooperazione tra gli Stati, ridistribuzione e politiche più efficaci di inclusione. Questo può prevedere anche delle quote di ingresso; quindi anche un sistema di respingimenti, ma fatto sulla base di programmazione, condizioni effettive di verifica su chi ha diritto e chi no, affrontando non solo la questione del diritto d’asilo ma anche quella dei cosiddetti migranti economici. Tutte cose che si dovrebbero affrontare in una discussione razionale. Ma non siamo in una discussione razionale, tant’è che attraverso l’azione dei polacchi, condivisa nei fatti dalle istituzioni europee, stiamo respingendo siriani, iracheni e afgani. E questo avviene proprio mentre ci chiediamo come aiutare gli afgani che si trovano a far fronte con il ritorno dei talebani”.

Cosa può fare l’Italia e quale dovrebbe essere il ruolo del nostro Paese nei negoziati sul Patto sull’immigrazione e l’asilo?

“L’Italia dovrebbe porre due temi: quello della centralità dei diritti umani, del soccorso, dei canali d’accesso legale, e quello dei meccanismi di cooperazione e redistribuzione per evitare  di ritrovarsi, in quanto Paese di primo approdo, a gestire da sola flussi e arrivi. Quindi deve battersi con coraggio in queste due direzioni. Non so se poi, nonostante la straordinaria autorevolezza del presidente Draghi, la composizione attuale di questo governo possa aiutare in questo senso”.