Laura Zanfrini: “Sui migranti l’Ue rischia di commettere gli stessi errori”

Professoressa Laura Zanfrini [Chiesa di Milano]

La professoressa Laura Zanfrini, esperta di questioni migratorie, ha analizzato le soluzioni proposte dalla Commissione per superare gli accordi di Dublino. Purtroppo, nello schema proposto continuano a perpetrarsi errori fatti in passato, riproponendo la dinamica della distribuzione dei “costi” dell’immigrazione, invece di condividere davvero le responsabilità nel governare un fenomeno epocale, la cui gestione è destinata a definire anche la nostra identità di europei.

Professore ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali, Laura Zanfrini è attualmente titolare dell’insegnamento di Organizzazioni, Ambiente e Innovazione sociale e dell’insegnamento di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica. È inoltre Direttore Scientifico della Summer School “Mobilità umana e giustizia globale”, promossa dalla Facoltà in collaborazione con lo Scalabrini Migration Institute e la Fondazione Migrantes, nonché Direttore del Centro di Ricerca WWELL, Welfare Work Enterprise Lifelong Learning, presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica. Presso la Fondazione ISMU (www.ismu.org) è responsabile del Centro di Documentazione e del Settore Economia e Lavoro.

In una delle sue più recenti pubblicazioni, lei ha definito l’atteggiamento europeo verso i fenomeni migratori degno di Giano bifronte. Perché? 

Quella che ho voluto sintetizzare in questo volume (The Challenge of Migration in a Janus-Faced Europehttps://www.palgrave.com/gp/book/9783030011017) è la “tormentata” vicenda del rapporto tra l’Europa e l’immigrazione. E il tentativo di tenere insieme due logiche contraddittorie. Da un lato la logica squisitamente economicistica, che porta a percepire l’immigrazione come un serbatoio di manodopera duttile e a buon mercato, immediatamente funzionale ai fabbisogni del mercato del lavoro, ma proprio per questo quasi naturalmente destinata ad occupare gli strati più bassi della gerarchia professionale e a restare ai margini della vita sociale. Dall’altro lato la logica dei diritti e della solidarietà, che ha portato negli anni alla progressiva inclusione degli immigrati se non proprio nella comunità dei cittadini quanto meno nel sistema dei diritti e delle opportunità garantiti ai cittadini. Basterebbe, al riguardo, considerare come la normativa in materia di discriminazione – fondata sul principio dell’equità di trattamento – è in palese contrasto con il così detto assioma della complementarietà, ovvero con l’aspettativa che gli immigrati siano utili per svolgere i lavori “che noi non vogliamo più fare”. Come argomento nel volume, questa tensione è all’origine di una profonda ambivalenza che si riflette perfino nelle modalità con le quali l’Europa contemporanea ha tentato di gestire la così detta crisi dei rifugiati.

Quanto e in che direzione sono cambiati l’approccio e la narrativa europee dopo l’esplosione della pandemia? 

Un dramma come quello della pandemia ha l’effetto di esasperare le criticità già esistenti in tutti i campi della vita sociale, e dunque anche le contraddizioni e i limiti del governo dell’immigrazione e della sua narrazione; tanto della narrazione “contro” – col suo maldestro tentativo di addossare sui migranti la responsabilità del contagio – quanto della narrazione “pro” – che perfino in una fase così drammatica dal punto di vista economico e occupazionale non rinuncia al suo argomento principe, ovvero il “nostro” presunto bisogno del lavoro immigrato. Certamente la pandemia ha reso evidente quanto sia prezioso il lavoro degli immigrati, specie all’interno dei sistemi di riproduzione sociale – dalla sanità al lavoro di cura presso le famiglie fino al settore delle consegne a domicilio –, ma ha anche reso più tangibili i rischi del processo di etnicizzazione dei rapporti di impiego, che è ad un tempo conseguenza e causa della crescita del lavoro “cattivo”, sottopagato e poco tutelato. È dunque indispensabile che non si ripeta quanto avvenuto dopo la crisi economica scoppiata nel 2008, che ha incoraggiato un riallineamento verso il basso della qualità complessiva dell’occupazione e dei livelli retributivi: una strada esattamente opposta a quella che occorre imboccare per uno sviluppo inclusivo e sostenibile.

L’Ue ha un ruolo limitato nella gestione dei flussi migratori e, nonostante le criticità, restano ancora in vigore gli accordi di Dublino. Dopo il fallimento della riforma promossa dalla Commissione Juncker e approvata dal Parlamento ma non dal Consiglio, ora la Commissione von der Leyen ha lanciato il suo “Migration Pact”. Come valuta tale proposta legislativa? Quali vantaggi e criticità presenta? 

Il controllo dei flussi migratori è una prerogativa che i paesi membri intendono preservare per il suo valore pratico ma anche simbolico, in un’epoca storica in cui la sovranità nazionale subisce i contraccolpi della globalizzazione. Tuttavia, la c.d. “comunitarizzazione” ha progressivamente investito anche questa materia, attraverso provvedimenti che regolano, in particolare, gli ingressi per ragioni di protezione, i ricongiungimenti familiari, l’attrazione di lavoratori altamente qualificati, il contrasto alla discriminazione, la stessa integrazione (con l’adozione di una “Agenda europea” la cui esistenza resta peraltro a molti sconosciuta). Restano invece in capo ai singoli Stati tanto il governo delle migrazioni economiche quanto i regimi di cittadinanza. Questa comunitarizzazione solo a metà è già di per sé fonte di tensione, perché è chiaro che si tratta di materie distinte da un punto di vista teorico, ma strettamente intrecciate nel concreto: ne è prova la difficoltà nel tracciare un confine tra migrazioni economiche e migrazioni per ragioni di protezione.

Che in questi giorni si torni a mettere a tema la riforma del regolamento di Dublino è certamente una cosa positiva, se non altro perché l’iniziativa dell’Unione ribadisce la volontà di presidiare una questione da anni incagliata tra egoismi nazionali e rimpalli di responsabilità. La proposta sembra però ribadire i limiti dell’approccio europeo, piuttosto che delineare un “modo nuovo” di gestire l’immigrazione “nel rispetto dei nostri valori”, come l’ha presentata Ursula Von der Leyen. La logica di fondo, infatti, è ancora una volta quella di distribuire tra gli Stati membri i “costi” – dell’accoglienza e addirittura dei rimpatri –, non di condividere le responsabilità nel governare una questione epocale. Così come, ancora una volta, in sintonia con l’imperante paradigma tecnocratico, la soluzione è ricercata nel ridisegno delle procedure, non nel confronto sui valori e i principi etici che devono governare una materia così delicata. A dispetto di quanto auspicato dalla stessa Commissione Europea nel suo Approccio Globale su Migrazione e Mobilità (2011), le politiche finiscono, in questo modo, per focalizzarsi ancora una volta sul governo dei flussi – o più precisamente sul loro contenimento – non sulle persone e sul tentativo di offrire risposte ai loro problemi e alle loro aspirazioni.

D’altro canto, per quanto concerne l’Italia, anche un meccanismo di redistribuzione più efficiente non risolverebbe il nodo di fondo, che è quello di gestire i c.d. “flussi misti” nel cui ambito vi sono sia persone in grado di dimostrare i requisiti necessari a ottenere il diritto d’asilo o una forma sussidiaria di protezione, sia molte altre che ne sono altrettanto palesemente sprovviste e che quindi ben difficilmente potrebbero entrare nei programmi di ricollocamento in paesi diversi da quelli di primo arrivo. Certamente, come sostiene anche una significativa parte della società civile europea, distinguere i “veri” dai “falsi” richiedenti asilo è molto difficile, per certi versi impossibile se si considera la situazione di molti paesi d’origine e l’ampiezza delle disuguaglianze su scala globale. Ma questa distinzione è al tempo stesso necessaria per garantire la sostenibilità economica e sociale dei sistemi di protezione. Occorre, dunque, creare le condizioni per costruire dei criteri il più possibile condivisi sui quali fondare il confine tra migrazioni forzate e volontarie, e per prevenire il ricorso improprio alla richiesta d’asilo. Ma ciò implica, ad esempio, un più significativo coinvolgimento della società civile in un dibattito che non può essere lasciato alle sole autorità di governo.

Quali sarebbero a suo avviso i provvedimenti necessari a superare le contraddizioni politiche che denunciava nel suo libro? 

Per certi aspetti, si badi bene, si tratta di contraddizioni insanabili. Si pensi alla questione della cittadinanza. È chiaro che, se vogliono continuare a definirsi democrazie, i paesi europei devono necessariamente prevedere – come in molti casi hanno fatto – la possibilità per gli stranieri di essere inclusi nella comunità dei cittadini. Ma è altrettanto chiaro che la distinzione tra cittadini e stranieri, inclusi ed esclusi, è una distinzione costitutiva dell’idea stessa di cittadinanza. Il principio di uguaglianza deve dunque fare i conti con le esigenze di “sopravvivenza” delle nostre comunità statuali, che per esistere non possono fare a meno di darsi dei confini, che sono confini geografici, politici, ed anche identitari. Tuttavia occorre essere consapevoli che è proprio la “nostra” identità ad essere messa in gioco quando si assumono decisioni in tema di politica migratoria e di cittadinanza (e a maggior ragione in materia di protezione internazionale): in maniera ancor più evidente di ogni altra scelta politica, queste decisioni, infatti, incorporano valori, principi etici, visioni di ciò che siamo e di ciò che vorremmo diventare.