Eurodeputati in missione in Bosnia. Benifei: “Non si possono lasciare le persone in condizioni disumane”

I migranti nel campo Lipa a Bihac, Bosnia ed Erzegovina, con cartelloni in cui si rivolgono all'UE, gennaio 2021. EPA-EFE/FEHIM DEMIR

Un gruppo di eurodeputati italiani del Partito Democratico, Pietro Bartolo, Brando Benifei, Francesco Majorino e Alessandra Moretti sono partiti ieri sera per andare a verificare sul campo cosa sta accadendo in Bosnia. Abbiamo fatto qualche domanda all’on. Benifei su questa iniziativa.

Onorevole Benifei perchè lei e i suoi colleghi Bartolo, Majorino e Moretti avete deciso di andare a Zagabria? Che cosa direte alle autorità locali rispetto alla gestione del campo di Lipa e rispetto alle immagini che hanno fatto il giro del mondo di centinaia di migranti abbandonati in mezzo alla neve?

Insieme ai colleghi abbiamo deciso di partire perché ritenevamo necessario vedere con i nostri occhi, incontrare le persone coinvolte, le autorità e i migranti, e contribuire con una presenza di rappresentanti istituzionali a mantenere alta l’attenzione, a tenere un faro acceso su quello che sta succedendo e a contribuire a comprendere meglio la situazione sul campo. Anche il collega Smeriglio è stato già nella giornata di venerdì al confine italo-sloveno, in una sorta di anticipazione di questa missione che portiamo avanti noi tra Croazia e Bosnia. Il nostro obiettivo è proseguire nell’elaborazione di proposte che a dire il vero abbiamo già da tempo in campo rispetto all’azione umanitaria a favore delle persone che si trovano oggi in queste condizioni al confine tra Bosnia e Croazia: corridoi umanitari e le proposte che da tempo portiamo avanti al Parlamento europeo di modifica del Regolamento di Dublino e di modifica delle norme sulla migrazione, in modo da rendere più solidale e più sostenibile la situazione a livello complessivo.
È chiaro che noi non pensiamo di risolvere questa situazione complessa soltanto con una visita, ma siamo convinti che sia necessario alzare ulteriormente l’attenzione sul tema e  stimolare l’opinione pubblica e le istituzioni perchè facciano un passo avanti. È anche il messaggio che vogliamo veicolare alle autorità locali che incontreremo: il messaggio che vogliamo dare è “il mondo vi guarda” e per noi il rispetto dei diritti fondamentali non può essere un tema di deroga. Comprendiamo la difficoltà di tutti nel gestire situazioni così difficili ma non si accetta e non si può accettare la violenza come risposta e non si possono lasciare persone in condizioni disumane. Non è accettabile.

L’ambasciatore dell’Ue in Bosnia Erzegovina Johann Sattler ha definito le condizioni di vita di migliaia di migranti in Bosnia come “del tutto inaccettabili”. La Ue ha infatti messo a disposizione 3,5 milioni di euro per il pieno allestimento del centro di accoglienza di Bira. Che fine hanno fatto quei soldi secondo voi?

Che fine hanno fatto i soldi al momento non lo sappiamo. La questione è oggetto di una’indagine in corso anche attraverso i canali di relazione tra la Commissione europea e le autorità bosniache. Voglio ricordare che la Bosnia è un Paese candidato ad entrare nell’Unione e dunque ci sono legami forti di cooperazione e di attività comuni; questo è un ulteriore elemento per ribadire che la situazione non può rimanere così com’è. Bisogna invece utilizzare le risorse europee proprio per arrivare ad una soluzione di dignità e di supporto nel contesto della stagione fredda. A maggior ragione il pieno allestimento del centro di Bira sarebbe importante a seguito di quanto accaduto nel campo di Lipa. In un confronto tra il Parlamento europeo e la Commissione, con l’Alto Rappresentante Borrell e con i rappresentanti della Commissione abbiamo chiarito la comune convinzione per cui prima di tutto dobbiamo dare un aiuto per rispondere alle esigenze di vita di queste persone; tra di loro ci sono bambini, persone con disabilità e abbiamo necessità di offrire un aiuto concreto nell’immediato, ma come ho già detto abbiamo bisogno anche di soluzioni di lungo termine perché mi sento di sottoscrivere assolutamente le parole dell’ambasciatore Sattler sul fatto che se le condizioni sono quelle che ci ha raccontato la stampa sono del tutto inaccettabili. È stato già tutto documentato e dunque ci auguriamo davvero che ci sia una reazione.

Due suoi colleghi del gruppo GUE, la svedese Malin Björk e lo spagnolo Miguel Urbàn hanno consegnato alla commissaria per l’immigrazione e l’asilo Ylva Johansson il “Libro nero” sulle violazioni di diritti ai danni dei migranti che attraversano la famigerata rotta balcanica. Che cosa dovrebbe fare l’UE su questo?

Certamente ci sono molte iniziative di parlamentari europei; ne abbiamo portate avanti molte nel tempo per sensibilizzare e segnalare alla Commissione europea, inchiodandola alle sue responsabilità, le violazioni e le mancanze sul rispetto dei diritti fondamentali nell’ambito della gestione del fenomeno migratorio. Al di là dell’iniziativa dei colleghi, posso dire che il Parlamento europeo è da parecchio tempo il guardiano, il rappresentante senza ombra di dubbio di una determinazione a fare luce su queste violazioni e a cercare di impedirle, di evitarle, di combatterle. Il Parlamento europeo svolge in questo una funzione importante e ritengo che l’Unione Europea debba fare i conti con queste indicazioni, la Commissione in primis. Perchè è chiaro ad esempio che Frontex ha una situazione inaccettabile di opacità, di situazioni poco chiare, di azioni che non sembrano stare dentro il mandato dell’agenzia e non possiamo rischiare che sia anche solo lambita dal sospetto di essere coinvolta in azioni che violano i diritti fondamentali. L’UE dovrebbe fare una verifica complessiva non solo sull’assetto legislativo, che é chiaro che non è adeguato, ma anche per verificare se l’assetto organizzativo e tutto ciò che viene messo in campo per coadiuvare l’azione dei governi sul tema sia adeguato a rispettare criteri non solo di efficienza ma anche di rispetto dei diritti fondamentali.

L’indagine interna fatta dall’agenzia Frontex sui respingimenti illegali di migranti dalla Grecia indietro verso la Turchia si è conclusa con l’affermazione che non sono state trovate prove di violazioni dei diritti fondamentali. Però le spiegazioni del direttore di Frontex Leggeri, interrogato al Parlamento europeo, non vi avevano convinto. Che cosa farete rispetto a questa questione? 

Il Direttore Leggeri non ha convinto il Parlamento europeo e anzi alcuni gruppi politici del Parlamento, tra cui il nostro, ne hanno chiesto le dimissioni, proprio per la sua incapacità di dare delle risposte rispetto a tutti i temi che gli sono stati posti. Penso che dovremmo continuare ad insistere sull’esigenza di una profonda revisione di Frontex e su una verifica reale di quello che è stato fatto; il Direttore dovrebbe dimettersi dopo gli scandali che già sono emersi e dare spazio ad un’indagine globale e ad una nuova leadership. Bisogna però aumentare il potere di scrutinio e di controllo del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali sull’azione che viene portata avanti sul fronte migratorio da parte dei governi nazionali e dell’agenzia Frontex oltre che sulle varie azioni portate avanti utilizzando risorse europee anche nel quadro di altri programmi gestiti dalla Commissione. Più trasparenza e più controllo democratico sono a mio modo di vedere delle bussole fondamentali per migliorare la situazione attuale, nella quale abbiamo visto la difficoltà di rompere quel muro di reticenza e di opacità rappresentato proprio dall’audizione del Direttore di Frontex.

Giovedì avete chiuso l’accordo sul regolamento del Fondo Sociale Europeo Plus per il periodo 2021-2027: quasi 100 miliardi per diritti sociali, formazione, giovani, lotta alla povertà. Che cosa significa questo passo nell’ottica di un’Europa sociale?

Sì, abbiamo chiuso nella tarda serata un accordo importante su tantissimi fronti. Voglio ricordare soprattutto l’istituzione della Garanzia bambini: una gran parte degli Stati europei avranno l’obbligo di dedicare il 5% del Fondo Sociale alla lotta alla povertà minorile. Abbiamo mantenuto in un negoziato difficile alcune cose fondamentali per noi: un elevato vincolo di spesa delle risorse europee per i giovani, vincolando gli Stati membri a dover investire risorse del Fondo Sociale per questa finalità; abbiamo poi mantenuto un 25% dedicato all’inclusione sociale come obiettivo trasversale e una percentuale fissa, del 3%, per i programmi a sostegno materiale alle persone più indigenti. Quindi parliamo di risorse per costruire un’Europa sociale e anche un’Europa più unita, nel senso che sono stati individuati degli obiettivi di intervento in alcuni settori, programmi a loro sostegno e l’idea è quella di spingere ad una maggiore convergenza gli Stati membri.
Io credo che con questo Fondo sociale facciamo un altro passo verso la trasformazione del pilastro europeo dei diritti sociali in un vero programma legislativo di diritti e di opportunità azionabili per i cittadini europei (in questo caso con l’inclusione sociale, la formazione permanente, il sostegno all’occupazione in particolare giovanile). Facciamo sicuramente dei passi avanti per rispondere alle sfide attuali e per non lasciare nessuno indietro. Credo che anche i Recovery plan nazionali dovranno intervenire su questi temi e sugli ambiti individuati come prioritari dal Fondo sociale europeo, per realizzare una vera sinergia di risorse europee, ricavate sia dal bilancio tradizionale sia dal debito comune che vanno a finanziare il Reocvery plan. È chiaro però che per dare slancio a questo progetto di Europa sociale è fondamentale che queste innovazioni come il debito comune e come le risorse proprie europee diventino permanenti.