Voci dalla storia: François Perroux e l’integrazione monetaria

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Perroux 1943

Sono passati esattamente 77 anni da quando, il 20 dicembre 1943, veniva pubblicato sulla Revue de l’économie contemporaine un saggio di François Perroux su La monnaie dans une économie internationale organisée.

Un documento per molti versi confuso. Scritto con un linguaggio emozionale, più che accademico; d’altronde, quelli erano momenti di profonda tensione interna ed internazionale, con la Francia spaccata fra il Governo filonazista di Vichy e il Comitato Nazionale Francese in esilio. Pubblicato poco prima della Conferenza Monetaria e Finanziaria di Bretton Woods del luglio 1944, nella quale gli schieramenti contrapposti si erano ormai ridotti alle tesi di Keynes per l’Inghilterra ed al Piano White degli Stati Uniti. Non era più tempo di fornire contributi al dibattito, ma di prendere posizione per una soluzione cooperativa (Keynes) o egemonica (White) per il futuro del sistema monetario internazionale.

Un documento ignorato dai contemporanei, quello di Perroux. E subito dimenticato. Fino a quando, qualche anno fa, è tornato in auge ‘grazie’ ad Alain Parguez (già consigliere economico di Mitterand), che ne ha fatto oggetto di aspre critiche, suggerendo come quel piano abbia influenzato nientemeno che la deriva tecnocratica e le scelte di austerità della governance economica europea.

Una critica curiosa, perché Perroux in quello scritto immagina una serie di “federazioni” (termine che Perroux deriva dalla tradizione cattolica del personalismo francese, usato tuttavia sovente a sproposito) concentriche su tre livelli (fra nuclei di paesi, europea e fra grandi unioni continentali), fondate sulla sostanziale indipendenza degli istituti di emissione. Ma anche dotate del potere di “piegare la moneta alle esigenze della politica”: un concetto ben distante dall’idea di autorità tecnocratiche ed autoreferenziali.

Distante insomma dall’idea di federalismo avanzata in quegli stessi anni da Hayek, strumentale a togliere spazi di controllo democratico sulle decisioni economiche. Più vicina semmai a quella di Robbins, sulla necessità di fornire a ciascun livello di relazioni economiche e monetarie un’autorità pubblica dotata del potere di effettuare scelte collettive.

D’altronde, non poteva essere altrimenti, vista la centralità per Perroux del tema del potere (e delle sue asimmetrie) nelle dinamiche economiche e politiche. Tanto che una federazione europea in campo economico e monetario avrebbe dovuto servire proprio a controbilanciare lo strapotere emergente degli Usa sul piano internazionale. Più che altro, quindi, il documento costituiva uno straordinario atto d’accusa, per quanto politicamente debole e tardivo, contro le posizioni che Keynes e White avrebbero portato al negoziato di Bretton Woods. Come scriveva Perroux: “entrambi intendono mettere il futuro dell’Europa nelle mani di un direttorato internazionale di istituzioni finanziarie mondiali”. Un monito inascoltato. Che non fa affatto pensare ad una posizione tecnocratica ma, al contrario, ad una lucida denuncia dei rischi di sudditanza europea alla finanza internazionale ed allo strapotere del dollaro.

Insomma, un saggio prima ignorato e poi frainteso, che andrebbe riletto con attenzione, in vista di una sempre più urgente e più equa organizzazione del sistema economico e monetario globale.