Transizione verde, criptovalute e il modello cinese

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All’ordine del giorno della prossima Cop27 di Sharm el-Sheikh dovrebbe essere aggiunto un punto: la valutazione della messa al bando universale delle criptovalute. Come ha fatto la Cina, suscitando scalpore e indignazione generale. Eppure, quello che è successo in Kazakhstan la settimana scorsa, con le sanguinose repressioni delle proteste di piazza per il caro-energia, dovrebbe essere un monito.

Dopo la messa al bando del bitcoin in Cina in estate, molti produttori e dealer in criptovalute si sono infatti spostati in Kazakhstan, data la regolamentazione finanziaria di tipo anglosassone (un ambiente quindi favorevole), che ora ospita quasi il 20% delle società di produzione delle criptovalute a livello mondiale (secondo paese dopo gli Usa); un valore riferito ai soli dati ufficiali. Questo, data la natura fortemente energivora delle attività ad esse connesse, avrebbe fatto impennare i consumi determinando (o contribuendo in modo decisivo a determinare) l’aumento vertiginoso dei prezzi nel paese. Con le conseguenze sociali e di ordine pubblico di cui siamo stati testimoni.

In realtà non era necessario aspettare gli eventi di Alma Ata. Un monitoraggio costante dell’Università di Cambridge ci informa di come la sola produzione di bitcoin richieda un consumo di energia pari (ai dati attuali) a 124 terawattora annui (ma con picchi che possono arrivare a 312!), pari al fabbisogno energetico di un intero paese come l’Olanda. Una domanda di energia che va ad impattare su un mercato già corto sul lato dell’offerta, a causa delle transizioni green e dei vari conflitti politico-diplomatici.

Le criptovalute sono state un’invenzione geniale, che ha generato profitti stratosferici per alcuni investitori della prima ora, dotati di parecchio sangue freddo. Ma anche di perdite enormi per migliaia di poco consapevoli speculatori della domenica, non in grado di tenere posizioni lunghe in attesa di rimbalzi incerti. Ma questo non ci interessa. Ognuno ha un suo grado di propensione al rischio. Quello che interessa in questo caso è l’enorme quantità di energia richiesta al network dei server che vengono utilizzati per ‘sminare’ le criptovalute e per gestirne le relative transazioni.

Ce le possiamo permettere? Quale vantaggio sociale assicurano le criptovalute? Perché è forse venuta l’ora di iniziare a chiederci quali sono i costi ed i vantaggi sociali delle scelte che compiamo, non solo quelli individuali. I cambiamenti climatici ci costringono ad assumere una prospettiva globale, come se fossimo tutti parte di un unico grande sistema interconnesso; ed in effetti è ormai così da molti decenni. Se la Cop intende davvero essere luogo di scelta collettiva globale, allora è chiamata a ragionare in termini di benessere sociale collettivo, a livello globale. Ed un’attività così energivora come la produzione di criptovalute dovrebbe coerentemente essere messa al bando.

Riteniamo invece che tali asset possano contribuire a far circolare meglio la liquidità ed i risparmi, magari a creare valore? Esiste un’unica alternativa: tassarle, così come altre produzioni, sulla base del contribuito che portano al consumo di energia – contabilizzandolo interamente in energia da risorse fossili – in modo da poter estrarre valore da utilizzare per agevolare e finanziare la transizione verde nel mondo.