La corsa al risparmio mondiale

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Può sembrare strano, eppure un debito può essere uno strumento di forza in una battaglia politica. È questo il caso della tensione, che è destinata inevitabilmente ad aumentare, su chi si approprierà del risparmio mondiale, tramite l’emissione di un titolo di debito appetibile.

Fino ad oggi l’unico titolo universalmente riconosciuto come sicuro è stato il Bond del Tesoro Usa. Per varie ragioni, alcune delle quali storiche, determinate da scelte compiute sulla gestione egemonica del sistema monetario internazionale all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Altre di natura economica e politico-militare.

Nel 1944, a Bretton Woods, fu stabilito che gli scambi internazionali potessero avvenire solo in oro o in dollari. Data la rigidità dello stock di oro, la liquidità necessaria a consentire l’aumento del commercio mondiale non poteva dunque che essere assicurata dall’emissione di una quantità crescente di dollari. Che gli Usa hanno fornito ben volentieri, perché ha consentito loro di accrescere il debito interno ed esterno, sicuri che i loro titoli sarebbero stati comunque acquistati.

Nonostante i radicali cambiamenti avvenuti nel corso degli ultimi decenni ancora oggi la situazione è in massima parte la stessa. Il safe asset per eccellenza è ancora oggi lo Us Treasury Bond, tanto che le ingenti riserve di Cina, Russia, ed altri grandi paesi esportatori sono in gran parte detenute sotto forma di quel titolo. Fino ad oggi, in pratica, il risparmio globale è stato destinato in massima parte ad assorbire il debito degli Usa.

Il covid ha tuttavia accelerato un processo già ampiamente in atto: la de-dollarizzazione delle riserve in vari paesi. Il ruolo dell’euro nelle riserve mondiali è arrivato ad oltre il 20%. Ed è cresciuta la domanda per safe asset alternativi, in grado di rendere i portafogli titoli dei vari paesi meno dipendenti dalle sorti di un dollaro il cui peso specifico nell’economia mondiale è chiaramente in diminuzione. Anche in questa logica va inteso il parziale successo dello yuan digitale.

In questo processo assume una rilevanza strategica la creazione di un safe asset europeo. Ma anche, come ha riconosciuto esplicitamente Christine Lagarde allo Stato dell’Unione di pochi giorni fa, di un vero e proprio mercato europeo dei capitali (ad oggi i mercati dei capitali sono frammentati a livello nazionale) e di un mandato esplicito del Consiglio alla Bce per gestire l’euro anche sotto la prospetiva del suo ruolo sui mercati globali, che ad oggi non ha.

Solo l’Europa è oggi in grado di creare un mercato liquido vagamente comparabile a quello Usa. Il debito che verrà emesso per sostenere il Next Generation EU va parzialmente in questa direzione. Ma non basta, soprattutto rispetto all’ulteriore espansione fiscale recentemente varata dagli Usa. E rispetto alla domanda potenziale che un titolo alternativo potrebbe avere. Servirebbe stabilizzare il NGEU, o creare un analogo strumento per finanziare investimenti collettivi europei, come è stato recentemente suggerito da qualche membro del governo francese, una suggestione favorevolmente accolta anche in Germania da Verdi e Spd.

Non dovrebbe essere vista come un’operazione di sostituzione del monopolio Usa con un duopolio Usa-Ue. Dovrebbe piuttosto essere intesa come una mossa che porti, nel medio periodo, ad una diversa concezione del sistema monetario interazionale, più equa e multilaterale; come strumento contrattuale per costringere gli Usa ad acconsentire ad una riforma del sistema finanziario globale che ci traghetti verso un futuro meno sbilanciato e più coerente con i rapporti di forza attuali, non con quelli usciti dalla Seconda Guerra Mondiale.

Insomma, la battaglia per la conquista del risparmio mondiale, da parte dell’euro, può essere un game changer nel sistema globale dei pagamenti. Ma si tratta, naturalmente, di una battaglia prima di tutto politica, solo parzialmente economica. E non è detto che la Ue abbia il sufficiente grado di condivisione strategica necessario per realizzarla.