Il sistema monetario internazionale verso il futuro

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Georgieva

Il Consiglio dei Governatori del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha approvato il 2 agosto la storica emissione di 650 miliardi di dollari in Diritti Speciali di Prelievo (DSP). Una decisione ampiamente anticipata, destinata ad iniettare liquidità globale per agevolare la ripresa post-pandemica.

Un’emissione che diventerà esecutiva il 23 del mese ed avviene in un momento simbolicamente rilevante; non solo per la pandemia. Nell’agosto di 50 anni fa il Presidente Usa Nixon dichiarava di fatto chiusa l’esperienza del dollar-exchange standard varato nel 1944 alla Conferenza monetaria di Bretton Woods. Il paradosso di Triffin, che dalla fine degli anni Cinquanta segnalava l’insostenibilità di un sistema monetario internazionale basato su una sola moneta egemone (il dollaro, unica valuta tenuta a mantenere un valore di scambio fisso con l’oro), era scoppiato. Ma non portò alla fine dell’egemonia del dollaro. Anzi, il passaggio dal regime di cambi fissi al regime di cambi flessibili, sancito due anni più tardi, avrebbe fatto emergere ancora più una schiacciante egemonia del dollaro sui mercati internazionali dei cambi.

Una egemonia che ha iniziato ad incrinarsi venticinque anni fa, con la progressiva ascesa della Cina come potenza globale. E che è entrata fatalmente in crisi con la crisi finanziaria del 2008. Tanto da costringere gli Usa, che detengono (unico paese) un diritto di veto sulle decisioni del FMI, a rivedere le quote di partecipazione dei vari paesi sia nel Fondo, sia nel paniere che compone la sua valuta di riferimento: i Diritti Speciali di Prelievo. Soprattutto per far spazio alla Cina, ormai concorrente di dimensioni economiche paragonabili a quelle degli Usa.

Le sfide oggi in campo sono almeno tre. La prima, ridefinire le quote di adesione al Fondo, in modo che siano più coerenti con gli attuali pesi economici e commerciali dei vari paesi; un processo teoricamente in corso, che potrebbe vedere nuove decisioni entro qualche mese. Secondo, allargare lo spazio per l’uso dei diritti speciali di prelievo, oltre la semplice assistenza finanziaria per affrontare problemi specifici di bilancia dei pagamenti, come strumento strutturale di sviluppo e intervento a favore della crescita di particolari settori e paesi.

Nei mesi scorsi la direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, aveva lasciato immaginare un uso meno generico della nuova emissione da 650 miliardi di dollari. Qualche indiscrezione è filtrata sulle ipotesi di potenziamento degli interventi a favore dei paesi più vulnerabili, sia attraverso una ricapitalizzazione del Poverty Reduction and Growth Trust sia sulla creazione di un Resilience and Sustainability Trust. Vedremo se seguiranno passi concreti in tal senso.

Terzo, favorire la transizione verso un nuovo ordine economico e finanziario meno egemonico e più equilibrato, di cui i DSP possono rappresentare un pivot fondamentale, proprio in quanto moneta-paniere (quindi più stabile ed appetibile per operazioni di finanziamento di lungo periodo).

A cinquant’anni dalla fine di Bretton Woods, esistono oggi le condizioni per dar vita all’embrione di un nuovo sistema monetario internazionale, meno instabile ed orientato alla crescita bilanciata e globale, piuttosto che al servizio di logiche di occupazione nazionale di spazi pubblici planetari. La nuova emissione di DSP può rappresentare il primo tassello in questa direzione.