Il ritorno di Keynes, a 75 anni dalla scomparsa

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John Maynard Keynes, 1940

Il 21 aprile del 1946 si spegneva nella sua tenuta di Tilton, nell’East Sussex (una quindicina di chilometri ad est di Brighton), John Maynard Keynes. Artefice di un cambio radicale di prospettiva nell’analisi macroeconomica e nella politica economica, abilissimo negoziatore internazionale, Keynes è sempre stato prima di tutto un civil servant, un intellettuale costantemente al servizio del suo paese.

Ma anche un geniale rivoluzionario nel modo di concepire l’economia. Ad iniziare dall’idea che potesse esistere (e che fosse anzi la norma) un equilibrio di sotto-occupazione delle risorse; che cioè il sistema economico potesse stabilizzarsi senza essere in grado di utilizzare appieno tutte le risorse disponibili. Un’idea che aveva avuto ben pochi precursori nella storia (Malthus, Sismondi); e soprattutto perdenti, marginalizzati dal crescente dominio di un mainstream teorico analiticamente sempre più elegante, che scolpiva sulla pietra le teorie di un equilibrio economico in grado di massimizzare le risorse utilizzate, di rigenerarsi costantemente; sempre che la politica si astenesse dall’intervenire. Un’idea che la crisi del 29 e la grande depressione misero seriamente in discussione, agevolando la penetrazione e l’ascesa delle idee keynesiane.

Spesso inascoltato, Keynes nel 1919 denunciò la follia delle riparazioni di guerra alla Germania, che infatti furono la principale causa della fine della Repubblica di Weimar e dell’ascesa del nazismo. Alla fine degli anni Venti ingaggiò una battaglia all’ultimo sangue contro la visione ortodossa del Tesoro inglese, restio a lasciare che il premier Lloyd George, su suggerimento di Keynes, varasse un massiccio piano di lavori pubblici per far ripartire l’economia reale, con l’argomentazione che gl’investimenti pubblici avrebbero semplicemente sostituito quelli privati, senza quindi alcun beneficio netto per l’economia nazionale.

Proprio dalla necessità di dare maggiore fondamento e robustezza alle sue tesi, Keynes partorì poi il Treatise on Money e soprattutto la General Theory, che inaugurava la stagione (in realtà già in via di sperimentazione negli Usa grazie a Roosevelt) dell’intervento pubblico in economia, della gestione attiva della domanda, dell’intervento statale con un orizzonte temporale di breve periodo.

La crisi del 2007-08 aveva già rivalutato le politiche espansive, di stampo keynesiano, come strumento d’intervento in caso di emergenza. Il Covid, col crollo senza precedenti del Pil, ha fatto riemergere prepotentemente l’ottica keynesiana. I giornali inneggiano alle diffuse politiche keynesiane, ben volentieri seguite dalle classi politiche, felici di erogare risorse fiscali e monetarie che agevolano la raccolta del consenso. Quindi per motivazioni solo marginalmente keynesiane. Insomma, una rivincita amara; un keynesismo bastardo, quello oggi dilagante.

Un keynesismo che, oggi, in Europa, avrebbe senso e possibilità di riuscita solo a livello continentale. Ma che non trova ancora quella struttura pubblica sufficientemente attrezzata per gestirlo adeguatamente a quel livello, per quanto il Next Generation EU approssimi (molto vagamente) un tentativo in tal senso.

È invece a livello globale, nella riforma del sistema economico e monetario internazionale, che Keynes vede la sua maggiore rivincita. Perché la soluzione egemonica legata al dollaro per la creazione di liquidità internazionale, che White impose a Bretton Woods contro l’idea keynesiana del bancor (di una liquidità generata autonomamente da una istituzione mondiale), è oggi sempre più lontana dalla realtà dei fatti e dalle necessità finanziarie globali. Ed è proprio nella direzione indicata da Keynes che le proposte alternative si stanno muovendo.