Il FMI per la ripresa

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Il logo del ciclo di incontri primaverili del Fondo monetario internazionale. [EPA-EFE/SHAWN THEW]

Il fatto che il Fondo Monetario Internazionale stia valutando l’emissione di 650 miliardi di dollari in Diritti Speciali di Prelievo non è una di quelle notizie che scaldano i cuori dell’opinione pubblica. Invece dovrebbe; perché il futuro della stabilità economica e finanziaria del mondo e della ripresa – e per riflesso anche la sorte di noi cittadini comuni – passa (anche) per un maggiore uso di questo strumento.

I diritti speciali di prelievo sono una moneta-paniere, nata nel 1969 dall’esigenza di sganciare la formazione della liquidità internazionale dal monopolio del dollaro e dagli umori delle sue autorità pubbliche. Un’egemonia, sancita alla Conferenza Monetaria di Bretton Woods del 1944, che negli anni era divenuta insostenibile, tanto che nel 1971 Nixon mise fine a quel regime: il dollar-exchange standard. Una situazione che è tuttavia perdurata fino ai giorni nostri, con un’egemonia che, se è terminata de jure, si è addirittura accentuata de facto. E che è responsabile delle rischiosissime global imbalances (accumulo di trilioni di dollari nelle riserve di alcuni paesi, a fronte di un deficit enorme degli Usa) che incombono sulla fragile stabilità del sistema finanziario globale.

Dopo la prima emissione di 9,3 miliardi di dollari nel periodo 1970-72, nel 1979-81 vi fu una nuova emissione di diritti pari a 12,1 miliardi. Occorrerà poi attendere la crisi finanziaria del 2008 per avere, nell’agosto 2009, una nuova emissione, pari a 161,2 miliardi di dollari (ed una ulteriore di 21,5 miliardi pochi giorni dopo per effetto dell’ingresso nel FMI di nuovi membri). Colpisce dunque l’importo rilevante della nuova emissione ipotizzata.

Ma la partita non è relativa solo all’ammontare complessivo delle risorse aggiuntive da inserire nel sistema mondiale, giustificato dall’emergenza pandemica e dalla necessità di agevolare delicate situazioni di bilancia dei pagamenti in sofferenza. Il 30 novembre del 2015 la valuta cinese entrava nel paniere dei diritti speciali di prelievo (attualmente composto dalle seguenti quote: 41,73% dollaro; 30,93% euro; 10,92% renminbi; 8,33% yen; 8,09% sterlina). Una ripartizione che certo è ancora lontana dal peso relativo delle economie di riferimento di quelle valute.

Ebbene, nel comunicato stampa rilasciato la settimana scorsa, durante i consueti Spring Meetings dell’International Monetary and Financial Committee, si legge: “Accogliamo con favore gli sforzi del FMI per aiutare i membri verso una ripresa sostenuta dalla crisi. Chiediamo al FMI di fare una proposta globale su una nuova assegnazione di diritti speciali di prelievo (DSP) pari a 650 miliardi di dollari per aiutare a soddisfare il fabbisogno globale a lungo termine di riserve, migliorando al contempo la trasparenza e la responsabilità nel reporting e nell’uso dei DSP”.

Una boccata d’ossigeno per le economie mondiali, che possono così attingere a queste nuove risorse per le loro esigenze di pagamenti (senza intaccare le riserve esistenti). Ma anche una ulteriore distorsione del sistema finanziario globale, perché i diritti sono assegnati pro-quota rispetto al possesso del Fondo Monetario Internazionale. Ciò che diventa decisivo è allora rivedere le quote del FMI; ed a questo proposito il comunicato asserisce: “Rimaniamo impegnati a ripensare l’adeguatezza delle quote e continueremo nel processo di riforma della governance del FMI nell’ambito della 16° revisione generale delle quote [prevista per il dicembre 2023]. Accogliamo con favore l’inizio di questo lavoro e attendiamo con impazienza il primo rapporto sui progressi compiuti in occasione delle riunioni annuali”.

Niente di concreto, per carità. Ma anche la presa d’atto che il peso relativo delle varie economie del pianeta sta cambiando. E sia le quote del paniere che costituisce i diritti speciali di prelievo sia le quote del Fondo Monetario Internazionale riflettono ancora una fotografia di un mondo passato, non la realtà attuale, oltretutto in rapida evoluzione. Non solo quindi uno stimolo alla ripresa; ma (forse) anche l’impegno ad andare verso un nuovo assetto finanziario internazionale: meno egemonico e più genuinamente multilaterale.

In questa ottica, sarebbe interessante se le economie europee, che per quanto duramente colpite dalla pandemia difficilmente si troveranno ad affrontare problemi di bilancia dei pagamenti, destinassero collettivamente le loro risorse aggiuntive in arrivo dai diritti speciali di prelievo ad una sorta di Piano Marshall per l’Africa, visto il ruolo strategico che quel continente presenta per le dinamiche demografiche e la domanda di beni e servizi europei. Sarebbe un bel modo di aiutare la ripresa di paesi ancora ad alto rischio di sottosviluppo agevolando al contempo la ripresa europea. Sarebbe un passo concreto per la Next Generation Africa.