I rischi della transizione post egemonia del dollaro

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[EPA-EFE/MICHAEL REYNOLDS]

L’assalto a Capitol Hill, pilotato dal Presidente in carica, è lo specchio di un paese che non può e non deve più essere il riferimento egemonico per il governo della complessità internazionale. Limitandoci a poche osservazioni sul lato economico-monetario, sono anni che il dollaro non rappresenta più l’unico pivot del sistema globale e che l’economia Usa si indebolisce rispetto ad altre aree.

In un volume del 2014, definito apocalittico, James Rickards (all’epoca consulente per le minacce finanziarie per il Dipartimento della Difesa Usa) lucidamente spiegava le ragioni per le quali l’economia mondiale non potrà più essere fondata sul dollaro, di fatto aprendo una discussione su come gestire la transizione verso un ordine internazionale ancora tutto da immaginare.

Il dollaro, indebolito dall’enorme aumento del debito privato e pubblico generato dalla politica accomodante della Fed (in risposta alla crisi finanziaria del 2008), avrebbe subito – sosteneva Rickards – forti dinamiche inflattive (in termini di iniezioni di liquidità); un’inflazione destinata tuttavia a rimanere allo stato potenziale, intrappolata nel sistema interbancario per salvare le istituzioni creditizie e consentire il perdurare del finanziamento del debito del Tesoro americano. Quindi più facilmente visibile nell’economia reale sotto forma di una deflazione strisciante e strutturale; accompagnata da disinvestimenti (per le peggiorate prospettive di profitto), ulteriore peggioramento delle entrate fiscali (per il palesarsi di un meccanismo opposto a quello del fiscal drag), disoccupazione.

A suo avviso, gli esiti possibili della inevitabile de-dollarizzazione del sistema monetario internazionale erano tre: il passaggio ad uno standard-SDR (Special Drawing Rights, i Diritti Speciali di Prelievo emessi dal Fondo Monetario Internazionale), più coerente coi pesi effettivi delle economie mondiali e con un peso accresciuto del FMI come unico prestatore di ultima istanza non gravato da enorme indebitamento; il ritorno ad uno standard-oro, una volta assicurata una massiccia rivalutazione dell’oro in termini di dollari, tale da ridurre il valore in oro degli asset in dollari al 20-25% del loro valore iniziale (ossia: una colossale svalutazione del dollaro, pari al 75-80%!); il disordine sociale, se gli Usa avessero opposto resistenza alle dinamiche che inevitabilmente portano verso le altre due direzioni.

Difficile resistere alla tentazione di leggere quanto accaduto nei giorni e nelle settimane scorse come l’avviarsi verso questa terza direzione, proprio per l’incapacità del sistema politico ed economico statunitense di pilotare, di guidare la transizione verso una delle altre due direttrici. Naturalmente Rickards non poteva prevedere che sarebbero emerse altre alternative, non sistemiche ma magari emergenziali: tipo le criptovalute.

Non è un caso che il bitcoin sia passato in cinque anni da 412 a 30.700 euro. Tanto per capirci, chi avesse investito 10.000 euro in bitcoin esattamente cinque anni fa ed avesse avuto il sangue freddo di non disinvestire (per realizzi o intimorito da improvvisi crolli della cripto-valuta) oggi potrebbe incassare oltre 730 mila euro. Il mondo è alla ricerca di una nuova riserva di valore, prima ancora che di una nuova unità di conto o di un nuovo strumento speculativo.

La pandemia ha inoltre, da un lato, accelerato le dinamiche immaginate da Rickards. Gli Usa devono assumersi la responsabilità, storica, non facile, ma inevitabile, di traghettare il sistema economico e monetario internazionale verso quello che ci pare l’esito meno drammatico: l’adozione di uno standard-SDR. Dall’altro, tuttavia, il fatto che l’indebitamento e il paradosso inflazione/deflazione sia oggi generalizzato potrebbe ritardare ulteriormente la presa di coscienza negli Usa e gl’incentivi ad accelerare la transizione.

Resta da vedere se la strategia, finora adottata, dei piccoli passi nell’estensione delle emissioni di SDR si rivelerà ancora oggi percorribile. I primi mesi della nuova presidenza Biden saranno, da questo punto di vista, cruciali.

Ma rimane soprattutto un’incognita, che non dipende dagli Usa. È l’incognita su come si muoverà in questo quadro geopolitico ed economico internazionale e nel futuro prossimo l’Unione europea, che ha una responsabilità cruciale nel mantenere la transizione del sistema economico-monetario globale su un sentiero equilibrato, mediando fra i due colossi (Cina e Usa) ed altri attori rilevanti (Russia, India, Giappone). E proponendo, se ne sarà capace, una valida alternativa che permetta di costruire un mondo più multipolare sulle ceneri dell’egemonia Usa.