I 75 anni dell’Onu e la sfida di forme di governo sovra-nazionali

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Questa ricorrenza può essere un’occasione per riflettere su come riformare l’Organizzazione delle Nazioni Unite e su come creare forme di sovranità condivisa a livello mondiale.

Lunedì 21 settembre 2020 hanno preso il via le celebrazioni per i 75 anni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Se ne parla poco, ma è un tema importante perché le Nazioni Unite sono in fondo un tentativo di cercare di dare qualche forma di governo al mondo, almeno per quanto riguarda il mantenimento della pace.

Il problema è che il tentativo è fallito, come la Società delle Nazioni in precedenza. E la ragione fondamentale è che l’ONU non mette in questione il dogma della sovranità nazionale, come ben descritto nel testo Federazione europea o Lega delle Nazioni, scritto nel 1918 da Giovanni Agnelli, fondatore della FIAT, e Attilio Cabiati. Pertanto per garantire la pace in Europa bisognava realizzare una vera federazione europea. A posteriori sappiamo che avevano ragione: la SdN non è stata in grado di evitare la guerra in Europa e quindi nel mondo e infatti siamo arrivati alla seconda guerra mondiale e poi all’ONU. Ma anch’essa ha fallito, e ci sono state tante guerre dopo il 1948. L’avvio del processo di unificazione europea ha invece effettivamente portato ad una pace strutturale tra i suoi Stati membri.

Oggi l’ONU è criticata anche perché rispecchia i rapporti di forza emersi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che oggi sono completamente superati. I pochi poteri dell’ONU sono attribuiti al Consiglio di Sicurezza, dove hanno un potere predominante le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale: Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia, che hanno tutte un potere di veto. Anche se solo le prime tre hanno un potere reale di esercitarlo. L’esperienza degli ultimi decenni mostra che quando la Francia o il Regno Unito hanno messo il veto, questo ha impedito una decisione dell’ONU, ma non ha bloccato l’azione degli altri. Ovvero il veto non è stato di fatto rispettato, come nel caso del secondo intervento americano in Iraq perché dietro la Francia e il Regno Unito non c’è un potere reale. Non sono più potenze mondiali. Hanno mantenuto uno status giuridico che non corrisponde alla loro reale potenza e quindi in realtà non contano. Ben diversa sarebbe la situazione con un seggio dell’UE al posto di quello francese.

Perciò da tempo c’è un dibattito su come riformare l’ONU. Anche perché oggi abbiamo un’interdipendenza economica, politica, ambientale, che si manifesta in grandi sfide globali, relative allo sviluppo, all’ambiente, al cambiamento climatico, alla proliferazione nucleare, alla pace. La pandemia è l’ultima dimostrazione del fatto che l’umanità è ormai una grande comunità di destino e per questo cresce il bisogno di trovare strumenti democratici per decidere insieme rispetto a quelle sfide da cui dipende la sopravvivenza dell’umanità tutta e del nostro pianeta.

Eppure, il mondo è diviso. Con il suo “America first” Trump ha schierato gli USA sulla linea nazionalista di Cina, Russia, Brasile, Turchia, e ormai anche India. L’Unione Europea è rimasta l’ultimo alfiere della cooperazione internazionale e del multi-lateralismo, ovvero di un ordine mondiale fondato su regole. D’altronde, l’UE è anche il più importante tentativo storico di condivisione di sovranità, e il suo successo può renderla un motore ed un modello di un processo analogo sul piano globale.

Questa ricorrenza può essere un’occasione per ragionare su come riformare l’ONU, su obiettivi come la creazione di forme di sovranità condivisa a livello mondiale, e quindi di un parlamento mondiale e di un sistema di governo democratico e multi-livello a livello globale, per affrontare le sfide di fronte all’umanità.