G20: la difficile transizione dall’egemonia del dollaro

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Come cambia il sistema dei pagamenti

Grandi cambiamenti stanno interessando nell’ultimo decennio il sistema monetario internazionale. L’indebolimento dell’egemonia del dollaro, accreditato ormai da molti come inevitabile, progressivo, recentemente accelerato da Trump (che ha snobbato quel multilateralismo sul quale tale ruolo egemonico in realtà si reggeva), ha dato il via ad una transizione dagli esiti ancora incerti.

Se la perdita dell’egemonia economica e politica del dollaro appare innegabile, esso mantiene ancora la sua preminenza nei sistemi internazionali di pagamento. La tecnologia, da questo punto di vista, presenta effetti contrastanti: se è vero che la transizione verso pagamenti digitali eliminerà qualsiasi privilegio nell’uso del dollaro come moneta di riferimento, il divario tecnologico a favore degli Usa (le grandi piattaforme digitali: Amazon, Google, etc) sta generando posizioni di monopolio che accrescono il peso dell’economia Usa sul piano globale. Un monopolio che solo la Cina, ad oggi, sembra in grado di ammorbidire.

Ma gli Usa presentano anche mercati perfettamente liquidi ed un’ampia scala di rendimenti, su una vasta tipologia di scadenze temporali. Cosa che nessun altro sistema economico oggi può vantare. Certo non la Cina, che preferisce anticipare semmai i tempi della transizione alla moneta digitale piuttosto che rincorrere gli Usa sul piano degli oneri di avere una valuta chiave nella liquidità internazionale. Né l’euro, che solo oggi inizia ad avere, col Next Genreration EU, un’articolazione che può, ma solo in prospettiva, evolvere verso un safe asset in grado di giocare un crescente ruolo nei mercati finanziari globali. Sempre che la UE accetti anche gli oneri derivanti da un crescente ruolo internazionale dell’euro.

Non c’è alcun dubbio che i problemi più pressanti, oggi, siano di natura reale, piuttosto che monetaria. Con l’urgenza della ripresa ed una mancanza cronica, a livello globale, di investimenti rispetto ai risparmi, che l’incertezza non aiuta a sanare. E che semmai trasforma quel risparmio, accantonato nel sistema interbancario, in strumento di speculazione a breve termine che finisce per destabilizzare ulteriormente i mercati.

Il covid ha aggiunto incertezza ad incertezza. L’accorciamento delle catene globali del valore cui abbiamo assistito negli ultimi mesi potrebbe essere destinato a divenire permanente. Con delle conseguenze; alcune delle quali positive, dal momento che accresce la resilienza agli shock e la sostituzione delle importazioni, con un maggior impatto macroeconomico di espansioni fiscali. Ma anche dei costi economici (l’autarchia produttiva ha un prezzo) e politici in quanto, diminuendo l’interdipendenza, diminuisce l’incentivo ad assicurare che condizioni pacifiche sussistano anche altrove.

Anche le global imbalances sono destinate a mutare natura e dimensione. La Cina, ad esempio, ha smesso di finanziare il deficit USA (con acquisti di obbligazioni del Tesoro Usa) ed ha iniziato a finanziare i propri fornitori, soprattutto nei mercati emergenti, anche al fine di consolidare il flusso di materie prime ed i suoi rapporti geopolitici, cruciali per il futuro.

Insomma, la transizione verso un’era post-dollaro si è già aperta. E non è chiaro se verrà gestita, guidata; o se sarà affidata all’anarchia internazionale. Una prospettiva inquietante per i prossimi, faticosi, anni di uscita dall’emergenza pandemica. E di cui il G20, di cui l’Italia ha la presidenza quest’anno, non potrà ignorare l’esistenza.