FMI: battaglia Usa-Ue sui Diritti speciali di prelievo

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Il mese scorso, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha definitivamente deciso l’allocazione di 650 miliardi di dollari in Diritti speciali di prelievo (Dsp); una moneta virtuale, usata per la contabilità nei rapporti fra paesi, che può però consentire l’accesso a risorse reali, essendo convertibile in valute a corso legale.

La Managing Director del Fondo, Kristalina Georgieva (ex Commissaria europea alla cooperazione internazionale), ha a più riprese ipotizzato nei mesi scorsi che queste risorse – tradizionalmente allocate sulla base delle quote di ciascun paese nel Fondo – siano destinate ad interventi a favore dei paesi più vulnerabili, attraverso una ricapitalizzazione del Poverty Reduction and Growth Trust e per la creazione di un Resilience and Sustainability Trust. Una posizione timida ma ragionevole: che mira almeno ad affrontare, finalmente, il tema della redistribuzione di risorse a chi ne ha più bisogno; senza tuttavia intaccare i meccanismi di funzionamento del Fondo.

Venerdì scorso (10 settembre), con un articolo apparso su Project Syndicate, Barry Eichengreen (economista di Berkeley, California, studioso di storia del sistema monetario internazionale) ha invece suggerito di utilizzare l’intera emissione di Dsp per finanziare direttamente un fondo per la vaccinazione a tappeto del mondo intero (saltando la ripartizione delle risorse per quote), concentrandosi sui paesi che sono in difficoltà nell’acquistare i vaccini. Una proposta autorevole e dalle motivazioni solide: il contenimento del covid è una priorità assoluta, e va affrontato prima ancora di porci altri obiettivi come lo sviluppo, il contrasto ai cambiamenti climatici, etc. Una proposta apparentemente rivoluzionaria, visto che suggerisce di non rispettare la tradizionale ripartizione per quote.

Ma la cautela s’impone. Il sospetto è che si tratti del classico specchietto per le allodole. Difficile infatti non scorgere, tra le pieghe di un ragionamento apparentemente sensato, l’ombra di altri interessi. Nell’ottica degli Stati Uniti, il paese di Eichengreen, è comprensibile una battaglia per destinare le risorse del FMI (un’istituzione collettiva globale) all’acquisto di vaccini per i paesi meno sviluppati, perchè la maggior parte di quelle risorse tornerebbe ‘a casa’, vista la sede delle big pharma che, ad oggi almeno, detengono il quasi-monopolio sulla produzione di vaccini efficaci anti-covid.

In un’ottica europea, tuttavia, gl’interessi sono ben altri. Interesse strategico dell’Europa è innescare uno sviluppo autonomo del continente africano (sul quale insiste la maggior parte dei paesi meno sviluppati). E questo potrebbe essere realizzato se la quota di allocazione dei Dsp spettante ai paesi dell’Unione fosse devoluta ad un fondo ad-hoc, che potremmo denominare Next Generation Africa, e che funzioni in modo analogo al Next Generation EU.

Al di là delle retoriche neoatlantiche, la verità è che gl’interessi degli Usa e della Ue divergono sulla maggior parte dei dossier e delle scelte globali. Dopo la decisione unilaterale di abbandono dell’Afghanistan e le modalità con le quali è avvenuta, quello sull’allocazione della considerevole quantità di denaro del Fondo è l’esempio più tipico di tale conflitto d’interessi. Che dovrebbe suggerire all’Unione Europea una più ambiziosa agenda di autonomia strategica nel campo militare, della difesa, dell’intelligence, delle responsabilità internazionali dell’area-euro, etc.

A cominciare da una decisione Ue che, senza intaccare alcuno dei meccanismi del FMI (ossia senza rivedere le quote, ormai obsolete, ma la cui riforma necessita dell’accordo Usa), crei con i Dsp di ciascun paese europeo un fondo, eventualmente utilizzabile come collaterale per raccogliere ulteriori risorse sul mercato, per lo sviluppo dell’Africa. Risorse condizionate al raggiungimento di alcuni obiettivi prioritari (si può pensare ad infrastrutture, transizione ecologica, digitale), fra i quali naturalmente anche il completamento della campagna vaccinale. In grado di innescare un percorso sostenibile di crescita che, nel tempo, porti all’autonomia economico-finanziaria del continente.