Cop26: diplomazie al capolinea

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G20 e Cop26 hanno fatto uno sforzo straordinario, il massimo che era loro consentito. Hanno trovato un compromesso su impegni futuri che riguarderanno altri governanti. Chi si aspettava di più da un confronto fra diplomazie nazionali era un ingenuo.

La tassa minima globale sui profitti delle multinazionali entrerà in vigore fra qualche anno, gl’impegni sul clima si sono limitati alla riduzione dell’uso del metano ed alla riforestazione; e rimangono differenziati per paesi, con Cina (un miliardo e mezzo di abitanti) che raggiungerà la neutralità climatica, forse, nel 2060; e India (coi suoi 1.2 miliardi di persone), forse, nel 2070. Cinquant’anni da ora. Già 50 anni fa The Limits to Growth, un volume dai toni forse esageratamente catastrofici del MIT di Boston, avvertiva dei rischi connessi all’esaurimento delle risorse. Vent’anni dopo, a Rio, s’iniziò a prendere sul serio il problema, allacciandolo anche a possibili effetti negativi dell’attività umana sui cambiamenti climatici.

Su scala locale, l’impatto delle attività umane sul clima è stato evidente almeno fin dall’Ottocento. Londra, così come altre città inglesi, era un aggregato urbano-industriale in cui era impossibile respirare. Ma il problema era appunto locale. Lo Stato-nazione poteva decidere che era meglio per i propri cittadini soffrire qualche disturbo respiratorio in più per primeggiare economicamente nel mondo. E i cittadini, nonostante tutto, non erano forse distanti da questa scelta. Se l’alternativa era morire di fame, la condividevano.

Il problema nasce dalle esternalità transnazionali. Finché i fumi londinesi arrivavano al massimo a colpire altre comunità inglesi, il problema della scelta collettiva rimaneva confinato nell’ambito dei rispettivi sistemi di legittimazione democratica. E di coercibilità delle norme che lo Stato era in grado di approvare e far rispettare. Quando le attività industriali iniziano ad assumere una scala di effetti negativi che va oltre lo Stato-nazione, non abbiamo più mezzi per affrontare le scelte collettive. E dobbiamo ancora fare ricorso all’unico modo che conosciamo per affrontare insieme sfide globali: il confronto fra diplomazie, fra interessi nazionali divergenti. Che porta inevitabilmente a compromessi al ribasso, insoddisfacenti.

Ma non abbiamo saputo inventare di meglio. Non esiste una democrazia sovranazionale. Non esiste un modo per ascoltare la voce dei cittadini del pianeta e rendere coercibili le loro scelte. Esistono solo i governi degli Stati nazionali, che rappresentano una versione intrinsecamente conflittuale delle relazioni internazionali, rispondendo solo ai propri elettori (o alle lobby d’interesse), non alla comunità mondiale, che è invece coinvolta nella sua totalità dagli effetti devastanti della loro inazione.

La riduzione delle emissioni di metano (peraltro già in corso; e controbilanciata dall’aumento delle emissioni dovute allo scioglimento del permafrost) e l’impegno a piantare qualche miliardo di alberi (cambiamenti climatici e azione dell’uomo hanno distrutto nel solo 2020 4,2 milioni di ettari di foreste, pari in media a 1,3 miliardi di alberi) sono passi che appaiono giganteschi: successi da celebrare. Ed allo stesso tempo penosamente insufficienti e tardivi.

Fuori dalla retorica del successo, che impone di sottolineare i grandi risultati di ciascun incontro ad alto livello (perlomeno per fornire una qualche legittimità a tali incontri), resta la desolante consapevolezza che questo modo ottocentesco di trovare soluzioni globali, affidandosi ai compromessi diplomatici fra divergenti interessi nazionali è, allo stato attuale, quanto di meglio la specie umana riesce a fare per affrontare sfide comuni. Ma anche che questo metodo è arrivato al capolinea, non potendo assicurare una governance efficace a problemi comuni ed urgenti.